Joe rimase ancora alcuni mesi in Italia e assieme, a settembre, partecipammo al premio Le Noci d’Oro, suonando in trio assieme a Franco Cerri; mentre a Milano fummo ospiti della trasmissione televisiva Spazio Musicale di Gino Negri.

Nella primavera del 1975, assieme all’amico giornalista Giuliano Fournier, mi recai negli Stati Uniti. Visitammo dapprima San Francisco, Los Angeles e Las Vegas, poi raggiungemmo Washington. Il giorno stesso del nostro arrivo  lessi su un giornale che al ‘Blues Alley’ si esibiva il quintetto di Joe Venuti. Raggiungemmo il locale e ci sedemmo in una delle prime file. Joe raggiunse la pedana e presentò il suo gruppo del quale, al trombone, faceva parte Spiegle Willcox, che aveva suonato con lui nell’orchestra di Jean Goldkette, nel 1926, assieme a Bix Beiderbecke. Poi allungò gli occhi verso di me, quasi incredulo di vedermi lì a Washington, e in perfetto italiano mi disse: “Lino, che ci fai qui?”. Poi mi chiamò sul palco e mi costrinse a cantare scat in un brano. Dopo il concerto, Joe e Spiegle si unirono a noi e facemmo le ore piccole ridendo come pazzi.

Il giorno dopo, assieme a Joe Venuti, raggiungemmo New York e andammo nello stesso hotel a Manhattan. Nel pomeriggio eravamo a spasso tutti e tre nella Quinta Strada, quando cominciò a piovere. Un’auto schizzò dell’acqua sull’impermeabile di un anziano signore che stava camminando al nostro fianco. Il signore, adirato, urlò: “Ma và dar via’l cù”, in strettissimo dialetto milanese.

A quel punto mi rivolsi a lui nello stesso dialetto: “Ch’è el me scùsa sciur! Ma lù l’è milanes?”, e lui: “Sì, perché anche lù?”, e lì assieme ci riparammo dalla pioggia raggiungendo un bar vicino. Cominciammo le presentazioni e scoprii che quel signore (che era molto somigliante a Nanni Svampa) era Saverio Turiello, ex campione del mondo di boxe che da Milano si era stabilito a NewYork. Lo rincontrammo anche il giorno successivo e pranzammo insieme. Alla sera decidemmo di andare a trovare Woody Allen al ‘Michael’s Pub’. Arrivammo che lo spettacolo era già cominciato. Il locale, allora molto elegante, era gestito da un italiano di nome Vittorio. Woody aveva un abito casual e in testa un cappellaccio; suonava il suo clarinetto noncurante del pubblico mentre la sua band in smoking si prodigava in maniera non indifferente.

A un tavolo vicino al nostro sedeva Diane Keaton, allora sua fidanzata. Woody si accorse che al nostro tavolo sedeva Joe Venuti e durante la pausa fece alzare Diane dal suo tavolo e assieme si sedettero con noi. Woody era alla mia sinistra e cominciammo a conversare di jazz e di spettacolo. Gli proposi di venire in Italia e di studiare assieme qualcosa per la TV. Lui, molto professionalmente, mi mise in mano un biglietto da visita dicendomi: “Questo è il numero del mio manager, se vuoi parlare di lavoro puoi contattare lui!”; più o meno alla maniera di uno dei personaggi niente affatto simpatici che interpretava nei suoi film. Mentre eravamo seduti si avvicinò al nostro tavolo un signore italiano che avevamo conosciuto sull’aereo e al quale avevamo detto che saremmo andati al ‘Michael’s Pub’. Senza essere invitato, sedette eccitato al nostro tavolo vicino Woody e lo salutò con una sonora manata sulla spalla che gli fece cadere gli occhiali esclamando: “Oe! Te’l chi el’ Woody Allen!”

Nell’estate dell’anno successivo, al festival del jazz di Nizza, rividi Venuti per l’ultima volta. Trascorremmo assieme quei giorni e ricordo che una sera, a cena, ci intrattenemmo a chiacchierare con Eubie Blake (allora ultranovantenne), Count Basie e Dizzy Gillespie, sempre in vena di scherzi.

Nell’estate del 1977 fui invitato da George Wein a Nizza, per prender parte al festival durante il quale mi esibii con Barney Bigard e Pee Wee Erwin. Joe non c’era e la cosa mi preoccupò sensibilmente. Continuai le mie vacanze, in Agosto, a Crotone e una sera dalla televisione appresi la triste notizia che Joe Venuti ci aveva lasciato. Inviai a Ellen, la sua compagna, un telegramma  nel quale scrissi gli ultimi versi del Romeo e Giulietta di Shakespeare: “Quel giorno il sole per la tristezza non mostrò il suo volto”.

(Qui la prima parte del post)