Stamattina doveva essere una mattinata prolifica. Doveva, appunto. Perché poi è capitato che mi sia messo ad ascoltare un pezzo a caso che vedeva la produzione del gigante Andrew Weatherall, uno che tutto ciò che tocca diventa oro. E infatti la “Floatation” a nome The Grid tira giù gli universi tutti. Spotify però mi fa un regalino e tra gli artisti consigliati mi piazza questi Opus 3, che non conoscevo. Premo play, parte “It’s A Fine Day”, pezzo d’apertura di questo disco che si chiama “Mind Fruit” e inizia un viaggio. Meno di quaranta minuti, dieci pezzi che sono un catapultarti indietro di vent’anni, quando la musica mainstream sfornava anatemi sofisticatissimi.

E raffigurava il mondo delle droghe naturali, intrisa fino al midollo di new age e fluidi caldissimi (leggetevi questo bellissimo approfondimento di Francesco Alessandri su Vice). Erano gli anni dei Massive Attack, della breakbeat, della trance, del trip-hop, di Moby e dell’acid techno. Un mondo musicale che guardava in se stesso come chiave al benessere, momento di evasione nel senso più puro del termine. La natura come termine primo e ultimo nel percorso dell’umanità, la metropoli come termine di mezzo, come protesi del corpo e la presenza di un costante stato di tensione tra realtà dicotomiche. Nei Massive Attack ci senti tutti i bollori della periferie e la relativa inquietudine ma, nel contempo, “Teardrop” è il manifesto dell’umanità, col campione di un cuore pulsante di un feto. Questi Opus 3 dedicano la loro ricerca a questa house che accelera sul beat, stracolma di rimandi a una musica che guarda alla natura: ci senti campionamenti di violini, flauti, field recordings di ruscelli, synth modulari e acid lievissima. Un mondo alterato, un’utopia fatta immagine, un pantone che non contempla quasi pastelli ma solo forme fluo. “Stars In My Pocket” è una scia nebulosa con canto a-là Alison Goldfapp, “Sea People” è puro balearic sound col beat serratissimo. Con “Evolution Rush” siamo dalle parti del capolavoro, cori in ascesi, trance a piene mani, tribalismi come se piovesse e rimandi ripresi, a bpm minori, da The Field un decennio dopo. “Mind Fruit” è un album che avreste potuto benissimo trovare in una qualsiasi playlist di Mtv ChillOut Zone. Che significava svegliarsi alle 3am della domenica mattina per me che avevo 14-15 anni e giustamente il sabato sera in un paesino di 500 abitanti non c’era un cavolo da fare. Lì mi aprivo al mondo. Ora ChillOut Zone non esiste più. La musica, almeno quella, rimane.