AFRIKAN SCIENCES, “Circuitous” (PAN)

Se Marcus Garvey fosse cresciuto in piena Space Age avrebbe probabilmente sognato di trasportare i neri d’America nell’orbita di Ra a bordo di astronavi anziché ricondurli in Africa solcando l’Atlantico con la Black Star Line. Genie di artisti afroamericani hanno coltivato mitologie libertarie e visioni afrofuturistiche dalla seconda metà del Novecento ai giorni nostri: dal free jazz eliocentrico dell’Arkestra alla “Science Fiction” di Ornette Coleman, dal P-Funk di George Clinton nei panni di Dr. Funkenstein al “Planet Rock” di Afrika Bambaataa, dalla techno detroitiana di Drexciya ed Underground Resistance al dub avveniristico di Scientist, dal future hip hop di Shape Of Broad Minds, Lil’ Sci e Shabazz Palaces fino ai beatz più abstract di Flying Lotus. Il newyorkese Eric Douglas Porter aka Afrikan Sciences impugna con autorevolezza il testimone di questa lunga staffetta interstellare realizzando un doppio LP per la raffinata PAN di Bill Kouligas, una delle etichette chiave del momento. Non bastassero le geometrie della copertina, il disco si apre con aleatorie fantasie egizie che paiono uscite dalla “Pharaoh’s Dance” di “Bitches Brew”: Afrikan Sciences ha da poco pubblicato un altro disco intitolato “Sketches of Space” e Miles Davis è un paradigma. Poi, come a gettare un ponte tra passato e futuro, assurge immediatamente a scenari più techno-logici in cui a farla da padroni sono poliritmi e broken beat come un Sun Ra reinterpretato da Flying Lotus. “Circuitous” è un bel viaggione che farà felici anche gli estimatori del King Britt versione Fhloston Paradigm. Voto: 7.5

UNTOLD, “Doff” (Hemlock Black)

Jack Dunning è uno di quei produttori UK che hanno compiuto il fatidico passaggio da dubstep a techno, coincidente più o meno con la transizione al decennio attuale: un’evoluzione definitivamente sancita dallo straordinario trittico di EP intitolati programmaticamente “Change In A Dynamic Environment”. L’anno scorso Untold ci ha ulteriormente destabilizzato con il suo bellissimo album d’esordio, “Black Light Spiral”, un disco potente e senza compromessi che rappresenta una sorta di upgrade e punto d’incontro tra le sonorità industrial dub dancehall di The Bug ed Africa Hi-Tech e la techno più ruvida, oscura e grattugiata in circolazione. Un disco significativo, uno di quelli da cui non si può prescindere se si ha intenzione di descrivere lo stato dell’arte della musica elettronica in questo preciso momento storico. Ora Untold ci lascia senza fiato un’altra volta, inaugurando la sua sublabel Hemlock Black, specializzata in “futuristic physical club music”, con un 12 pollici per il quale possiamo spendere senza tema di smentita l’aggettivo sperimentale: due pezzi costruiti su riff di chitarra che si librano in sospensione e sui quali irrompono scariche percussive secche, poderose e incalzanti. Nel complesso la decostruzione scheletrica della struttura rivela una sorprendente interazione tra gli elementi, creando musica forse impossibile da ballare canonicamente ma eccitante come poche altre in circolazione. Come se i Battles e i Gang Of Four si fossero messi ad armeggiare con elementi techno, house e bass. Bomba. Voto: 8

DUBIT, “Fragmenti” (Several Reasons)

Spazia dalla matrice techno alla musica elettronica sperimentale la produzione del pugliese Pier Alfeo aka Dubit aka UNC, artista da qualche anno di stanza a Berlino, laddove ha già lasciato il segno fondando l’etichetta Several Reasons Recordings e lo studio di mastering e sound design Soluxion Lab con la relativa label. Dopo una serie di singoli ed EP Dubit giunge al traguardo dell’album con un disco vasto e articolato che ha uno sviluppo organico, arioso ed un incedere assolutamente umano. Nei suoi tempi morti, nei riverberi, nei field recordings, nei passaggi transitori, nei glitch, nei crescendo ritmici e nei momenti più roteanti e concitati pare di cogliere una sorta di soffio vitale, uno spirito al contempo naturalistico, psicogeografico e post-industriale che rispecchia alcune delle caratteristiche più rappresentative della ambient techno prodotta dai nostri più brillanti artisti: da Donato Dozzy a Neel, singolarmente e come Voices From The Lake, dai Dadub a Lucy, con la loro Stroboscopic Artefacts, che di certo costituisce uno dei punti di riferimento per il lavoro di Dubit. E infatti il mastering di “Fragmenti” è stato realizzato proprio all’Artefacts Mastering Studio di Giovanni Conti e Daniele Antezza, in arte Dadub. Nella musica di Dubit, nomen omen, il dub è materico, vibratile e mutante ma austero: come il Logos di “Cold Mission“, come Akkord e Shackleton. L’impressione complessiva è che l’esito finale sia frutto di un meticoloso lavoro di riflessione tanto sul suono che sull’esistenza umana, aspetti che paiono inscindibili nella dialettica di questo autore. Voto: 7