L’approvazione per decreto del Jobs Act, la nuova legge che regola il mercato del lavoro, e modifica nella sostanza l’art.18, il principale baluardo dei lavoratori contro i licenziamenti discriminatori, ha creato diverse reazioni nell’opinione pubblica e, naturalmente, nel mondo dei lavoratori, che ne sono i principali destinatari. Nel mio recentissimo post su questo tema metto a confronto il mondo del lavoro americano, dove i sindacati nelle aziende private sono già quasi del tutto scomparsi, e il mondo del lavoro italiano, dove invece l’azione dei sindacati, tutelata dallo Statuto dei Lavoratori, ha consentito la conquista di molti diritti in più che in America, diritti che, con differenze anche notevoli, sono però una caratteristica non solo italiana ma allargata a tutta l’Europa.

La chiamata in causa dei sindacati come principali artefici delle conquiste dei lavoratori ha però sollevato, come era ampiamente prevedibile, la reazione di quelli che invece continuano a vedere proprio nei sindacati la causa di molti problemi, non solo alle aziende italiane, ma proprio anche all’economia dell’intero paese. Ovvero esattamente il contrario di ciò che parzialmente sostenevo nel mio post di cui sopra e in quello del novembre scorso.

Due amici miei, che ricoprono tuttora alti incarichi dirigenziali, mi hanno scritto addirittura il seguente commento: “I sindacati italiani hanno finalmente ottenuto quello che si meritavano. Sono ‘favole’ che hanno tutelato i diritti dei lavoratori perché oramai dagli anni 80 in poi si sono costituiti (unici al mondo) come forza politica antagonista a qualsiasi governo che tentasse di rinnovare il paese, rendendolo sempre meno competitivo e appetibile a potenziali investitori italiani e stranieri. Faccio notare che nessun sindacalista ha pagato le sue ‘cavolate’ non venendo rieletto perché i sindacati si sono sempre autoeletti e hanno difeso con le unghie e con i denti i propri privilegi. I più grandi nomi del sindacato italiano da Bertinotti in poi sono passati tutti dal parlamento dove si sono ‘guadagnati’ lauti vitalizi con buona pace dei lavoratori che avevano la pretesa di rappresentare.”

La prima notevole contraddizione che si può notare nella critica è che da un lato si critica il sindacato di essere autoreferenziale e beneficiario di immeritati privilegi, ma poco prima lo si accusava proprio di aver fatto troppo bene il proprio lavoro. Infatti cosa vuol dire “… essere forza antagonista a qualsiasi governo …“ e “ … difeso con le unghie e con i denti i propri privilegi  … “ (che non sono privilegi, ma diritti conquistati con duri sacrifici di tutta la classe lavoratrice) se non che hanno fatto ottimamente il loro lavoro?

Del resto cosa potevano fare i sindacati se non lottare per conquistare e difendere i diritti dei lavoratori? Questo è il loro ruolo specifico, scritto anche nella Costituzione italiana (art. 38). Ai sindacati invece non è consentito (dalle parti politiche, che ne rivendicano l’esclusiva) fare politica. Perciò’, così come non è compito delle imprese preoccuparsi delle crisi che il loro comportamento può talvolta generare nella società, altrettanto è valido per i sindacati, che nello svolgere i loro compiti vertenziali a beneficio e tutela dei lavoratori non sono tenuti a preoccuparsi degli effetti provocati sul piano economico generale.

Quindi, anche ammesso (e non concesso, perché le vere cause sono altre) che le conquiste sindacali abbiano superato il limite del sopportabile per l’economia del paese, la colpa non la si può dare certo a sindacati che hanno fatto troppo bene il proprio lavoro, ma la si deve dare (ancora una volta) ai politici che invece il loro lavoro lo hanno fatto malissimo.

A proposito di privilegi, visto che viene citato Bertinotti, non dovrebbe essere tanto strano che sindacalisti di vertice siano arrivati in Parlamento. Non è così anche in America per i migliori finanzieri? Qui citano addirittura la porta girevole per indicare i professionisti che lasciano il proprio incarico, spesso per periodi anche molto brevi, al fine di andare a ricoprire un incarico governativo.

Una critica severa la si dovrebbe invece fare al malvezzo politico, consumato troppo a lungo, di eleggere ex segretari di partito a presidenti di una delle due camere. Un vero nonsenso sul piano istituzionale! O anche di creare partiti col proprio nome nel simbolo (deleterio personalismo che sostituisce in peggio l’ideologia politica affidata ai partiti). O di far ricoprire al segretario del partito (ruolo specificamente politico) contemporaneamente la carica di presidente del Consiglio (ruolo che dovrebbe essere esclusivamente esecutivo).

Quando si parla dei privilegi dei sindacalisti non ci si può poi fermare a guardare i pochi che, raggiunto il vertice dell’organizzazione sindacale (mediante democratiche elezioni interne!) vengono risucchiati nell’agone politico. Bisogna guardare anche alle migliaia d’altri che, pur svolgendo onestamente e professionalmente il loro lavoro, si vedono la carriera bruciata solo per la generosità di spendere parte del proprio tempo a tutelare i diritti di tutti. Se poi ci si ritrova qualcuno che, vista l’impossibilità di fare normale carriera, si appassiona ad altre cose e sul lavoro produce poco, che dire? Sbaglia, ma se invece di punire l’invidia e l’egoismo si puniscono l’altruismo e la solidarietà, diventa umanamente comprensibile.

Si parla troppo facilmente di “competizione” e di “meritocrazia”. In realtà la competizione è solo parziale, perché non è vero che ci sono uguali opportunità per tutti (il numero delle reali opportunità non lo consente), e la meritocrazia, come è del tutto evidente, è talmente distorta ed affidata ai gusti e piaceri dei boss (in America anche più che in Italia!) che il più delle volte, per