L’hip hop non è una cultura neutrale. Nato nelle periferie afroamericane, rifiuta per definizione il razzismo e porta in sé la scintilla del riscatto personale e sociale fin dal giorno uno. Probabilmente la matrice politica che ha finisce qui, visto che negli anni si è ammantato dei contenuti più diversi e confliggenti tra di loro, finendo per essere a volte anche superficiale ed edonista se non addirittura icona del consumismo a stelle e strisce. Fare hip hop non significa necessariamente condividere il grido “combatti il potere” lanciato dai Public Enemy, ma ciò non significa che non ci siano dei confini che la nostra comunità deve considerare inviolabili.

Ora, non è vero che il rap italiano oggi rischia di diventare razzista, e non sarò io a suonare questo falso campanello d’allarme. Ma il rap italiano rischia diventare indifferente, e questa è una cosa quasi altrettanto inaccettabile. Lo spunto di riflessione mi viene da quanto successo negli ultimi giorni, quando alcuni artisti underground (tra cui ovviamente anch’io) si sono esposti in prima persona per sostenere #MaiConSalvini, la manifestazione antirazzista ed antifascista che si è svolta a Roma sabato 28. Alcuni rapper hanno ricevuto, in maniera abbastanza inaspettata, insulti e pseudo-minacce per questa presa di posizione. Uno dei bersagli principali è stato uno degli artisti più stimati del sottosuolo romano, Lucci

Dall’altro lato, Casapound e l’estrema destra stanno mirando ad intercettare le culture giovanili, e dopo aver invaso i muri delle città con grotteschi manifesti in cui prova a rivendicare Rino Gaetano e Che Guevara, ha organizzato dei tentativi (a dire il vero altrettanto grotteschi) di serate hip-hop e convention di graffiti – quest’ultima cosa è la più ridicola di tutte, visto che fino a ieri i camerati erano i tutori dell’ordine che organizzavano le spedizioni punitive contro i writer.

Dal mio punto di vista, quello che sta accadendo è semplice: il rap è diventato un genere mainstream che ascoltano più o meno tutti i ragazzi, tra cui ovviamente c’è qualcuno abbastanza scemo o confuso da dichiararsi fascista o razzista e da aderire a gruppi che rivendicano queste porcherie. Perché la scena non prende posizione in modo compatto? Perché sono pochi i rapper a dichiararsi antifascisti o antirazzisti? Forse sono io ad essere malfidato, ma ho il fortissimo sospetto che in alcuni casi ci sia paura ad esporsi per non perdere fan, visualizzazioni su YouTube, copie vendute, e così via.

In un contesto effettivamente diverso, la scena hip hop statunitense si è schierata in maniera quasi univoca a fianco di Occupy Wall Street, e ha continuato a vendere dischi e a fare concerti senza alcun problema. Anzi, ne è uscita rafforzata e più autorevole, avendo dato la prova di poter essere una parte positiva ed importante nel progresso della società.

Ora, la richiesta che, senza mezzi termini, faccio alla scena hip hop italiana nella sua interezza è una scelta di rifiuto del fascismo e del razzismo in ogni forma. Dobbiamo dire che non vogliamo i fascisti ed i razzisti né ai nostri concerti né sulle nostre pagine Facebook. Nei dischi possiamo parlare di rivoluzione – come faccio io – come anche di canne e ragazze, ma non dobbiamo dare nemmeno per sbaglio la possibilità ai nostri nemici di infiltrarsi nella nostra cultura. È il 2015. Siamo pronti ad esporci?