C’è sempre un elemento di ambiguità nelle opere dei grandi artisti, che proprio per questo suscitano all’infinito attenzione e attrazione. Questo lo si può dire di capolavori della pittura, come fa una storica dell’arte impegnata a commentare la Donna in piedi alla spinetta di Vermeer in ‘National Gallery’, l’ultimo film del grande Frederick Wiseman. Ma lo si può dire anche dei grandi film come questo.

Wiseman, primo documentarista ad aver ottenuto il Leone d’oro alla carriera all’ultima Mostra del cinema di Venezia, ci ha abituati fin dal mitico Titicut Follies (1967) ad aprire lo sguardo, a vedere una realtà – là quella dei manicomi criminali, altrove quelle degli ospedali o delle scuole, dei parchi o dei mattatoi ecc., qui quella della londinese National Gallery – in modo aperto, con un atteggiamento autenticamente conoscitivo, interessato alla dimensione plurale di ogni situazione.
I suoi film, che definire documentari suona quasi ossimoricamente riduttivo e veritiero, sono grandi strutture poetiche, nelle quali i diversi elementi che li compongono rimbalzano gli uni sugli altri, a comporre un collage che lascia allo spettatore il compito di trovare i fili della tessitura. Ogni sequenza sembra un verso di una composizione poetica, nel senso che gioca sui suoi delicatissimi equilibri interni come sulla relazione con l’insieme del film, con il suo “sapore”, in un bilanciamento che nasce soltanto durante la lunghissima fase del montaggio. Prima, durante le riprese, non c’è che da guardare.

Soppressa la voce narrante, Wiseman apre il suo occhio cogliendo gli elementi al tempo stesso naturali e sorprendenti della realtà che osserva. Così, quando scava dentro quella grande istituzione museale che è la National Gallery di Londra non ci fa una banale lezione di storia dell’arte (come purtroppo fanno spesso i noiosissimi documentari d’arte che vediamo anche in sala), ma lascia che siano le cose a parlare. In primo luogo, ovviamente, i quadri: il film si apre e si chiude su immagini di quadri che sembrano guardarci: da Tiziano a Holbein, da Van Eyck a Rembrandt. Nessun commento, nessuna voce del padrone a chiudere il senso delle cose, ma un clima di sospensione, fin da subito e poi a mo’ di suggello finale. Poi il pubblico del museo, visto nei suoi momenti di fascinazione, ammirazione, sorpresa, interrogazione di fronte ai quadri stessi. Chi guarda e chi è guardato? Sono più quadri, per noi spettatori del film in sala, i quadri stessi o il pubblico che sta davanti? Tutti e due, sembra dirci Wiseman. Perché ciò che egli cerca di raccontare perlustrando il museo è la complessità della vita di quella istituzione, il cui senso sta tutto nel gioco di sguardi che sa suscitare.

La vita di un museo è stratificata, fatta di tante piccole microrealtà che si intrecciano, si sfiorano, si contrappongono. Ci sono i quadri e gli spettatori, ma ci sono anche i silenzi delle ore di chiusura con le sale vuote, i funzionari che si interrogano sulla disposizione più idonea delle opere, la scuola di nudo, la discussione sul budget del museo, gli straordinari laboratori di restauro, le performance musicali che intessono un dialogo con le opere. Ci sono gli incontri con i bambini davanti ai quadri e ci sono gli storici dell’arte che guidano il pubblico a capire il mistero della pittura. Tutto questo è la vita della National Gallery. Wiseman sembra guardarla con meraviglia – chi lo conosce potrà incollare a questo modo di comporre i suoi film l’aria sempre un po’ stranita con cui il regista partecipa agli incontri – e con curiosità.

Fare cinema vuol dire proprio questo: usare l’occhio, il proprio occhio e il grande occhio della camera, per trovare meraviglie. Lasciare che il senso venga da solo alle cose, sorprendersi, anche se si hanno gli ottantacinque anni di Wiseman, come se si vedesse per la prima volta, con il cannocchiale rovesciato. Il cinema, sembra dirci paradossalmente Wiseman, è una grande scuola di anarchia dello sguardo.

Dopo l’anteprima di Napoli, dove il regista ha anche tenuto una lectio magistralis e ricevuto un riconoscimento dall’università Federico II, e dopo gli incontri di Bologna e Reggio Emilia, il film viene presentato in questi giorni a Parma (2 marzo) e Bergamo (6 marzo) e uscirà poi nelle sale di tutta Italia per un solo giorno l’11 marzo.