La Corte Costituzionale egiziana ha accolto i ricorsi sulla legge che regola le prossime elezioni parlamentari previste per il 21 e il 22 marzo. Il presidente Sisi ha chiesto di emendare la norme secondo le linee dettate dai giudici entro la fine del mese mentre Omar Marwan, portavoce dell’Alta commissione elettorale, ha affermato che la data delle parlamentari resta al momento sospesa. A regolare il voto, ancora una volta rinviato, sono tre leggi che dettano le modalità di scelta dei candidati, i diritti politici e il funzionamento del nuovo parlamento che per la prima volta sarà monocamerale dopo l’approvazione dell’ultima Costituzione nel gennaio del 2014.

In particolare, la Corte ha dichiarato incostituzionale la parte relativa alla divisione delle nuove circoscrizioni elettorali che, secondo i giudici egiziani, non “garantirebbe un’equa rappresentazione delle diverse parti del paese”.
Così questa sospensione lascia ancora il potere legislativo nelle mani del presidente Sisi che dalla sua vittoria alle presidenziali lo scorso giugno ha approvato diverse leggi che pongono delle dure restrizioni per quanto riguarda la libertà di espressione e i diritti umani.

L’ultima risale ad alcuni giorni fa. Si tratta di una normativa “anti-terrorismo” che permette la chiusura e il congelamento dei beni delle organizzazioni dichiarate terroristiche dal governo o dalla magistratura come accaduto ieri, quando una corte del Cairo ha accolto due denunce contro i vertici di Hamas, ritenuti complici degli attentati contro le forze di sicurezza nella penisola del Sinai.

Inoltre, l’attività legislativa di Sisi negli ultimi mesi si è mossa sul fronte del controllo del web. Ne è un esempio il nuovo decreto che crea un comitato per emendare la legislazione sul digitale mentre lo scorso mese il governo aveva fatto un altro passo avanti creando l’Alto Consiglio per la sicurezza informatica un organismo che fa capo al Ministero delle Comunicazioni e che ha lo scopo di prevenire gli attacchi informatici grazie anche a un contratto con una società americana di cybersecurity che, a detta della stampa egiziana, sarebbe stato stipulato dal Cairo lo scorso luglio.

Ma anche quando un parlamento verrà eletto non ci saranno molte possibilità di alleggerimento di quello che Hesmam Sallam, esperto di scienze politiche, ha definito un “mubarakismo agli steroidi”, cioè un sistema dittatoriale molto più feroce del precedente.

La legge elettorale, infatti, privilegia le candidature individuali – assegna loro 400 su 567 seggi – favorendo il ritorno dei cosiddetti “fulul”, sostenitori e membri del circolo del deposto presidente Hosni Mubarak. A questo si aggiungono l’esclusione del maggior partito politico di ispirazione religiosa, i Fratelli Musulmani – dichiarati organizzazione terroristica dal governo – e il boicottaggio di diverse forze politiche di area secolare che hanno deciso di non prendere parte alle elezioni in protesta contro la violenza delle autorità contro i suoi oppositori.

Sisi dovrebbe farsi chiamare Faraone“, scrive su Twitter l’attivista Iyad El-Baghdadi. “Sarebbe una definizione più corretta di presidente perché sia il potere esecutivo sia quello legislativo sono nelle sue mani”. Ma il ritardo nelle elezioni sembra sollevare critiche anche tra i sostenitori del presidente. Come dichiarato da diversi esponenti politici vicini al governo, infatti, l’ennesimo posticipo elettorale potrebbe creare una mancanza di credibilità per l’Egitto in questo momento impegnato in un rilevante ruolo internazionale contro la lotta al terrorismo e, soprattutto, in cerca di nuovi investitori stranieri nella conferenza economica di Sharm El-Sheikh prevista tra due settimane.