Contrariamente a quanto molti pensano, le sconfitte gravi dei sindacati, quelle che ne riducono la rappresentanza, la consistenza e la capacità di sostenere dure lotte per la tutela dei lavoratori, non ricadono soltanto con un pesantissimo costo sulle spalle dei lavoratori stessi, ma anche, in modo più strisciante e subdolo, sulle spalle dell’intera popolazione.

Sono ancora molti quelli che ancora pensano che tutti i mali alla società derivano proprio dall’abusivo comportamento personale dei sindacalisti e dalle irresponsabili vertenze che costano alle imprese soldi, tempo e insopportabile rigidità nella gestione del personale. Vi sorprenderà allora se vi dico che negli anni 70, quando entrai in banca con la mansione di programmatore esperto, la pensavo anch’io esattamente così. E vi sorpenderà persino di più se a confessare lo stesso errore di valutazione è Nicholas D.Christof, un noto articolista del New York Times, che nel suo articolo: “The cost of a decline in Unions” (il costo del declino dei sindacati) cita proprio anche lui i maggiori difetti riscontrabili nel comportamento di certi sindacalisti e (poteva mancare?) il solito richiamo alla insopportabile rigidità che si riflette nel mercato del lavoro e nel relativo costo.

Ma alla fine arriva anche lui a constatare che, nonostante tutti i difetti citati, a seguito della quasi scomparsa in America della presenza sindacale nel comparto delle aziende private “… è chiaro che (il Sindacato) fa un ottimo lavoro nel sostenere il tenore di vita della classe media”. Infatti, prosegue poi, la disuguaglianza che si è venuta a creare a partire dagli anni 80, a seguito delle continue sconfitte subite dai sindacati (ormai praticamente scomparsi nelle aziende private), secondo uno studio della American Sociological Review, pesano per almeno un terzo nella crescita della disuguagliaza riscontrata nella distribuzione del reddito in America. E tutto questo coincide non casualmente con il devastante calo degli iscritti ai sindacati in quel periodo (dal 40% al 14%).

Naturalmente lo squilibrio nella distribuzione della ricchezza e lo scompenso reddituale della classe media diventano palese componente anche del fenomeno recessivo.

Ma non basta, la vittoria dei conservatori alle elezioni del novembre scorso ha riscaldato nuovamente gli animi degli ultra-liberisti americani, che adesso cominciano a non sopporatre più la presenza sindacale nemmeno nel comparto pubblico.

Si avvicinano le elezioni presidenziali del 2016, Obama non potrà ricandidarsi, i repubblicani fiutano la possibilità di fare l’”en plein”: oltre al controllo dell’intero Congresso, stavolta vogliono anche la Casa Bianca. E cosa fanno tra di loro per distinguersi e farsi scegliere nelle primarie? (che cominceranno ufficialmente tra circa un anno, ma è come negli arrivi in volata del ciclismo, se vuoi vincere devi essere in prima fila già negli ultimi chilometri). Per distinguersi, specialmente quelli che sono attualmente governatori in qualche Stato, promettono grandi purghe contro i sindacati pubblici.

Scott Walker, governatore del Wisconsin, che ha già colpito duramente le organizzazioni di categoria nel 2011, quando costrinse i lavoratori del comparto pubblico (insegnanti, impiegati comunali, ecc.) con una legge fortemente ostacolata senza successo dai democratici, a rinnovare esplicitamente e burocraticamente ogni anno l’iscrizione. Ora torna alla carica promettendo nuove norme più severe necessarie a premiare il merito e la produttività. In realtà vuole solo risparmiare sul costo del lavoro.

Anche il governatore del New Jersey Chris Christie, pure lui aspirante presidente, vorrebbe approfittare delle casse vuote del suo Stato per farsi un po’ di propaganda da “puro e duro” sostenendo che i lavoratori pubblici hanno vita facile e vanno in pensione troppo presto e con pensioni smisurate rispetto ai lavoratori privati. Quindi si è messo al lavoro per trovare il modo di ridurle. Se occorre, anche facendo approvare dal suo parlamentino una legge che tagli un po’ di quegli “sprechi”. Si sa come la pensano questi puristi dello sfruttamento umano: “Queste pensioni sono un lusso che lo Stato non si può più permettere! Se la volete mettetevi da parte i soldi!” (Per lui e i suoi tirapiedi invece si può fare eccezione).

Gli americani sono stati tra gli ultimi ad abolire la schiavitù, non dimentichiamolo. Persino il presidente Washington aveva dozzine di schiavi che lo servivano. Le radici ogni tanto riemergono.

Quindi si delinea abbastanza chiaramente quale sarà il futuro programma dei repubblicani, i lavoratori americani sono avvisati.

Ma anche quelli italiani, dopo lo sgretolamento dello Statuto dei Lavoratori, devono aspettarsi purghe anche peggiori (non per niente Renzi viene osannato ora dai “puristi” europei).

Senza lo Statuto dei Lavoratori a proteggerli saranno proprio i sindacalisti il primo bersaglio che verrà colpito, e senza sindacalisti i lavoratori saranno solo delle pecorelle in balia dei cani da guardia di chi li vorrà usare nel loro esclusivo interesse, dimenticando che non sono macchine ma persone.