Le dicevano che non aveva i piedi giusti per stare sulle punte, che era eccessivamente muscolosa e aveva il petto troppo largo. Un corpo sbagliato per il balletto classico. Eppure lei non si è persa d’animo, ha creduto nel suo talento ed è riuscita a diventare la terza afroamericana solista del prestigioso American Ballet Theatre. Senza mai dimenticare il passato: Misty Copeland, 33 anni, un fisico atletico capace di emanare grazia, forza, dolcezza e potenza allo stesso tempo, ha costruito la sua immagine proprio sulle difficoltà dovute al colore della pelle e al suo corpo fuori dai canoni. Ed è diventata un fenomeno mediatico, idolo delle ragazzine afroamericane in cerca di modelli, in una società ancora troppo bianca.

La gioia del riscatto per Copeland non si è fatta attendere a lungo, arrivando, per la prima volta a 17 anni, quando finalmente è stata accettata dall’American Ballet Theatre. È riuscita così a spostarsi da San Pedro, in California, dove viveva con la madre single e i tre fratelli, in stanze di motel senza quasi i soldi per la cena, a New York. Negli anni la bravura e il duro lavoro l’hanno portata a vincere premi e borse di studio che le hanno permesso di continuare a danzare. Tra queste va ricordata, in particolare, la Leonore Annenberg Fellowship, che viene data, per due anni, a chi dimostra la stoffa del fuoriclasse. In questo modo si è perfezionata al punto da conquistare il ruolo di Firebird (Uccello di fuoco) nell’omonimo balletto, con un personaggio creato apposta su di lei dal celebre coreografo russo Alexei Ratmansky.

Una consacrazione artistica che ha dato il nome anche al libro, Firebird appunto, che la ballerina ha pubblicato pochi mesi fa per incoraggiare le bambine a credere in se stesse, indipendentemente dalla struttura fisica, e ad avvicinarsi alla danza classica. “Quando guardavo i libri sul balletto io non vedevo me stessa – si legge in un passaggio del testo. – C’era l’immagine di quello che una ballerina sarebbe dovuta essere e non ero io, così scura e con i riccioli attorno al viso. Io avevo bisogno di trovare anche me. In questo libro ci siamo io e te, perché voglio allargare l’idea della bellezza e dell’arte”. La sua storia è stata raccontata, nel dettaglio, nella sua autobiografia, bestseller, Life in motion ed è diventata il filo conduttore dello spot per la linea di abbigliamento sportivo Under Armour dal titolo I will what I want (Sarò quel che voglio) che l’ha confermata icona di stile e di bellezza. In questa pubblicità la voce di una ragazzina legge le lettere di rifiuto alle diverse scuole di ballo che Copeland ha realmente ricevuto negli anni.

La tristezza dell’esclusione lascia, però, spazio alle immagini della ballerina che si allena e conquista la ribalta, grazie alla sua tenacia e al coraggio. Un american dream celebrato anche nel film documentario A Ballerina’s tale, prodotto con 54mila dollari raccolti sulla piattaforma Kickstarter. Copeland continua a collezionare interviste e servizi su riviste e quotidiani, da Vogue a The New York Times, ed è stata scelta per svariate pubblicità. Il cantante Prince l’ha voluta per la coreografia del suo tour francese. Nonostante il successo, comunque, Copeland non smette di ribadire che c’è ancora un grande lavoro di inclusione da fare, in America, per sconfiggere il razzismo. “Non ero del tutto preparata a essere l’unica afroamericana dell’American Ballet Theatre degli ultimi vent’anni” ha detto lo scorso gennaio, durante lo show televisivo della PBS American Masters. “La constatazione che sono pochissime le persone di colore nelle compagnie di danza più importanti del mondo è stato lo shock più grande che ho dovuto gestire nella mia carriera. Credo che ci voglia più diversità in tutti gli ambiti, sul palco, tra il pubblico, nella direzione, e che le nuove generazioni vadano sollecitate in questo senso”.