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Poi arriva la sera prima.

Oslo
Oslo, febbraio 2015, da dietro la mia finestra Foto: Francesca Borri

Quando rimani lì, a guardare le luci nelle case degli altri, dietro la finestra. Queste vite normali, due ragazzi che chiacchierano, giù, queste vite che non saranno mai più la tua, ora che hai la Siria, dentro, e si fa notte, dietro la finestra, e poi alba, un uomo ha una sciarpa celeste, all’angolo, e aspetta, ha una sciarpa come la tua e qualcuno con cui condividere il caffè, e stasera sarà ancora vivo – queste vite bellissime, ora che domani ti trasferisci in Iraq.

E non importa non sia più la prima volta, ormai. Non importa tu sia già stato dietro quella finestra – è sempre il momento più difficile. Qui mentre guardi la mappa di questo paese che non conosci, e in cui non conosci nessuno, Baghdad, Bassora Fallujah, questi nomi che sono solo nomi di battaglie, di lampi, di traccianti visti in televisione, solo nomi di morti, sirene, esplosioni mentre aspetti una telefonata che non arriverà, e lo sai, ormai, una mail, un sms, qualsiasi cosa, ma non arriverà,  perché poi sei solo un freelance, solo uno che scrive a cottimo, e sono tutti qui a aspettare il pezzo su Mosul, su Raqqa, Aleppo, e però questi sono i momenti in cui svaniscono tutti, i momenti in cui devi cavartela da solo, intanto: prima e dopo sono tutti lì, tutti in fila che vogliono il pezzo, ma nel mezzo sei solo, solo e basta, e soprattutto ora, con l’Isis, ora che passi per essere un’avventuriera, o più semplicemente un’idiota, una ragazzina che non ha capito cosa rischia, che non ha capito il mondo ora che qualsiasi cosa dici, ti ritrovi stretto tra questi islamisti che ti tagliano la testa, e non accettano critiche, e gli occidentali che ti accusano di giustificarli, e non accettano critiche e – e invece vorresti solo che i lettori vedessero quello che vedi tu: e soprattutto, quando lo vedi tu, perché adesso, sì, adesso lo Stato Islamico è una cosa complicata, ma i primi combattenti stranieri li abbiamo visti quando ancora erano pochi, quando tutto ancora si poteva fermare: e quando tutto è cominciato, in Siria, i cortei, le manifestazioni pacifiche, la reazione di Assad, i proiettili, i mortai, i carrarmati, li abbiamo visti quando tutto ancora poteva cambiare, questi 230mila morti: li abbiamo visti uno a uno: quando ancora potevano non essere uccisi.

Poi in realtà non ho scelto l’Iraq per gli jihadisti. Il Medio Oriente non è solo jihadisti, e gli jihadisti stessi non sono solo jihadisti. Ho scelto l’Iraq perché Patrick Cockburn, in un suo libro, racconta di Penjwin: un paesino che durante la guerra con l’Iran fu tutto minato: e i suoi abitanti erano così alla fame, al tempo delle sanzioni occidentali, quelle dei 500mila bambini morti, ricordate?, quelli che Madeleine Albright disse: sono il prezzo da pagare, a Penjwin erano così alla fame che disotterravano le mine per rivendersi l’alluminio. Non avevano altro. E Patrick Cockburn racconta delle strade di Penjwin, di questi uomini senza un braccio, senza una gamba. Ho scelto l’Iraq per questo. Perché se sei nato l’anno in cui sono nata io, in Iraq, se sei nato nel 1980, conosci solo la guerra: perché non capisco come sia possibile viverci.

Un paese che qualunque sia il problema, nel mondo, si viene a bombardare l’Iraq.

E un po’ è strano ripartire proprio da Oslo. Da questa Norvegia che è l’esatto opposto dell’Iraq: due paesi basati entrambi sul petrolio, ma uno che rispetta anche le foche, l’altro neppure gli umani – questa Norvegia in cui hanno così tutto, è tutto così perfetto, così bello e semplice e sereno che in tanti si suicidano, noi aggrappati alla vita, nelle notti di barili esplosivi, tra i mortai e i cecchini a maledire i giorni che non abbiamo amato abbastanza, voluto abbastanza, noi che la vita ci trabocca dentro: e invece possiamo solo guardare le luci nelle case degli altri.

Solo aspettare l’alba. E un altro giorno, un’altra notte.

Solo contare il tempo.

E però non potrei ripartire che da qui. Da questa Norvegia in cui hanno un’identità decisa, forte, un forte senso di comunità, ma anche una straordinaria apertura al mondo – un forte senso di sé, insieme a una sconfinata generosità e cura per gli altri. Perché dove non arriva nessuno, a distribuire aiuti umanitari, a mediare, arrivano i norvegesi: con questo loro Jan Egeland, che era il vice di Kofi Annan alle Nazioni Unite, un tempo, e adesso guida la principale Ong, qui, il Norwegian Refugee Council: e lo capisci dalle scarpe: è l’unico diplomatico che non ha le scarpe lucide, nere, di quelle usate solo sui tappeti, ma le scarpe consumate. Le scarpe di chi sta nelle vene del mondo. Perché non penso che scrivere cambi le cose. Però “la città che dicono”, scriveva Italo Calvino, “ha molto di quello che ci vuole per esistere, mentre la città che esiste al suo posto, esiste meno”: che è poi la ragione per cui ho scelto il giornalismo: perché le cose esistono solo quando vengono raccontate. E solo quando esistono possono essere cambiate.

Scrivendo non cambi le cose. Ma crei lo spazio che consente agli Jan Egeland di agire.

E però solo se scrivi ora. Non perché sei un avventuriero. Non perché non sai come va il mondo. Ma proprio perché sai che potrebbe ancora andare in un’altra direzione.