Decreto sì, decreto no, decreto attenuato o Ddl accelerato. Elio e le Storie tese potrebbero cantarci sopra sulla riforma della Rai. Comunque vada a finire questa discussione è chiaro –visto che Renzi, per fortuna, si è bruciato alle spalle i ponti della Gasparri – che fra qualche mese il sistema della tv italiana (e filiere annesse, dal web, alla produzione audiovisiva) non sarà quello di adesso. Infatti il cambio della Rai, il suo uscire dai giochi fatti del Duopolio (e altrimenti che mutamento sarebbe?) non cambia solo la Rai, ma tutti gli equilibri e le abitudini, per lo più cattive, della restante tv: dalla rendita di monopolio di Mediaset alla cuccia minoritaria di Cairo Communications. Mentre meno sostanziali, ma comunque non irrilevanti riflessi si avrebbero sulla pay tv e sui nuovi editori (in primis Discovery) che a colpi di canalini si sono ritagliati una fettina nella torta della pubblicità in Italia.

Naturalmente, come è naturale in democrazia, i cambiamenti avvengono solo quando sono “maturi”, e cioè quando hanno perso la carica eversiva. Tanto per dire, se la Rai fosse stata sganciata dagli equilibri di duopolio venti anni fa, quando il Duopolio era fortissimo e alla sua ombra si ristoravano, insieme col generone della politichetta, varie corporazioni, avremmo assistito a un feroce scontro campale, a una vera rivoluzione. Ma nessuno, tanto più fra quelli che sproloquiavano da mane a sera sul conflitto di interessi, se la sentiva di cambiare la struttura degli interessi medesimi. In cui erano variamente impastoiati. L’Italia, insomma, era affondata nel suo passato e non vedeva sufficienti ragioni per buttarsi nel futuro.

Oggi che il passato ha finito di consumarsi e che perfino Mediaset si sta chiedendo dove andare a sbattere la testa, la situazione è, come si dice, matura, anzi frolla. Nel mentre che da noi ci si frollava, all’estero, dove le sabbie mobili del passato erano meno vischiose e profonde, ci si attrezzava al domani. E non staremo qui ad annoiare sul progresso spettacolare compiuto da dieci anni a questa parte dagli inglesi (innanzitutto), ma anche da francesi, tedeschi e spagnoli, nello sviluppo di una informazione credibile e rispettata, nonché nella presenza dei loro prodotti sui mercati mondiali (che vuol dire: a) farsi vedere dagli spettatori di tanti altri Paesi, a proposito di made in Italy; b) vedere crescere la industria e la relativa, qualificatissima e non delocalizzabile, occupazione).

E dunque, salvo il rimpianto per i venti anni di mancato futuro, forte è la curiosità nei confronti del futuro promesso. Salvaguardando, per carità, le regole e la buona creanza istituzionale (è roba anche nostra) ma evitando di usarle come diversivo.