Il Presidente della Repubblica ha per la prima volta parlato di giustizia al di fuori del Csm e l’ha fatto davanti ai neo-magistrati all’inaugurazione della scuola di perfezionamento di Scandicci. E ha messo al centro del suo intervento il forte bisogno di legalità che il Paese reclama con urgenza e la corrispettiva efficienza e tempestività nell’amministrazione della giustizia.

Non poteva e non doveva partire da altro. Ma ha anche ritenuto opportuno riportare una definizione di Piero Calamandrei riguardo la funzione giurisdizionale che in questo ventennio a livello istituzionale non ha trovato spesso cittadinanza o è stata piegata a strumentalizzazioni di comodo: “Il pericolo maggiore che in una democrazia minaccia i giudici è quello dell’assuefazione, dell’indifferenza burocratica, dell’irresponsabilità anonima”.

L’apparentemente scontata affermazione da parte del Presidente del Csm che il magistrato non deve essere né protagonista assoluto del processo né burocratico amministratore di giustizia, gli riconosce il diritto-dovere di essere interprete della norma giuridica e non puro applicatore o “bocca della legge” e cioè megafono del legislatore come anche oggi vorrebbero i fautori del cosiddetto “primato della politica”.

Dal ’94 ad oggi c’è qualcuno che possa ricordare attacchi, denigrazioni o controriforme ad personas nei confronti di pm o giudici palesemente “assuefatti” alla routine o manifestamente abituati “all’indifferenza burocratica” e “all’irresponsabilità anonima”?

Al contrario da più di un ventennio, anche quando Berlusconi non era al governo del Paese, i cittadini hanno assistito impietriti e/o indignati alla costante e metodica delegittimazione di magistrati titolari di inchieste o processi con indagati ed imputati eccellenti per i reati dei colletti bianchi e per collusione con la criminalità organizzata. E quando sono andati dritti per la strada tracciata dalla Costituzione all’art.3 sono stati accusati di esorbitare dalle proprie funzioni, di “uscire dal recinto”, di minacciare la politica e di essere d’ostacolo alla libertà di iniziativa economica, nel migliore dei casi.

In quanto al rischio di “protagonismo” che è diventato, ancor più dopo il novennato di Napolitano, il refrain d’obbligo di qualsiasi intervento istituzionale sulla giustizia a cui Mattarella non ha voluto rinunciare, ha fatto molto bene il presidente del Senato Grasso a sottolineare da ex magistrato che “alle volte il protagonismo viene da sé per le cose importanti che fai”.

In contemporanea al richiamo presidenziale sul “forte bisogno di legalità” anche la presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi a Palermo alla presentazione della relazione della Dna ha affermato che “la lotta alla corruzione è anche lotta alla mafia”, che il sistema “si è rilassato, basta pensare alla prescrizione”, che “la politica clientelare trasformando i diritti in favori apre la strada della collusione mafiosa”. E riguardo la depenalizzazione del falso in bilancio e l’abolizione di alcuni reati ha aggiunto che “si tratta di leggi che hanno nome e cognome” e che non può esistere un’area di “illegalità sostenibile”.

Qualsiasi risposta credibile al “bisogno forte di legalità” che si leva dal Paese e che è la vera precondizione della “svolta” twittata quotidianamente da Renzi passa dall’intervento su corruzione, falso in bilancio, prescrizione. In materia di corruzione si è visto un primo spiraglio in commissione con l’approvazione dell’emendamento del M5S che innalza la pena massima per il pubblico ufficiale. Sul falso in bilancio dopo l’interminabile “riflessione” governativa che naturalmente vuol dire braccio di ferro sulle soglie di punibilità sarebbe pronto l’emendamento annunciato “ad horas” dal ministro Orlando, anche se non depositato.

Quanto ad una riforma organica e coerente della prescrizione, ribadita come priorità assoluta da qualsiasi autorità competente in materia, fra tutti lo stesso Cantone, bandiera della legalità del governo ma sempre inascoltato, la riflessione governativa è ancora più “complessa”. E il massimo che ci si possa aspettare è l’allungamento di un anno per la sospensione dei termini, dai 2+1 ipotizzati a 3+1 dopo una condanna per corruzione, ma nessuna revisione della ex-Cirielli.

Ci piacerebbe pensare che durante il viaggio in treno da Roma a Firenze il presidente Mattarella abbia sollecitato un’accelerazione della “riflessione” in senso concludente e non propagandistico al Guardasigilli Orlando per rispondere al nostro “forte bisogno di legalità”.