È uscito il nuovo disco di Jovanotti, Lorenzo 2015 CC, ed è una raccolta di inediti 2.0, dove l’autore funge da account e le 30 tracce, incolonnate sulla sinistra, rappresentano l’elenco dei Preferiti. Si compie così la poetica del Jovanotti del Terzo Millennio, la filosofia dell’entusiasmo new age in simbiosi col mondo, declinato nella forma del cyberspazio.

Calma, forse è meglio parlare fuor di metafora.

Diciamo subito che nelle 30 tracce del nuovo disco trovo molta umanità e, merce rara per chi ha numeri come lui, molta umiltà. Prima di queste canzoni, prima del primo singolo, prima di Sabato, uscita a dicembre, avevamo lasciato Jovanotti che martoriava onnipotente nientemeno che San Francesco d’Assisi.

Ora scopriamo dall’ infografica mostrataci durante la presentazione del nuovo lavoro, che quello (aprile 2014) era un periodo pieno d’entusiasmo, quasi euforico di questo volubile ultimo anno e mezzo.

jovanotti tour

 

Poi c’è stata una polmonite che pensava lo uccidesse; poi è nato questo disco.

Perché dico che questo disco è un gesto di umiltà? Vediamo.

Ci dice Jovanotti, parlando della copertina: “John Lennon, all’apice della sua carriera, fa una fotografia nudo perché lì dichiara la sua invincibilità, si presenta come un Cristo. Nel mio caso, io mi sento proprio all’opposto e mi presento come uno che ha bisogno di protezione, che ha bisogno di mettersi delle armature. Perché sono fragile, perché ho 48 anni e non ho un’idea su niente, perché ho opinioni che cambiano continuamente. Per cui mi metto la protezione”.

Dichiarazioni molto umane, di chi è disposto a mettersi in discussione. Jovanotti è realmente all’apice della vita artistica, al culmine della popolarità. E che fa? Pubblica un album di 30 canzoni. Dico: 30 canzoni! E lo fa per assecondare la più ovvia naturalezza, che risiede nel fatto che sia oramai inutile pubblicare qualcosa con un numero limitato di brani. Lo si faceva per ovvie ragioni con i supporti del secolo scorso. Oggi la musica è liquida come il sangue che scorre nelle vene quando pulsa l’idea di un nuovo brano.

Si è messo in gioco, insomma, Jovanotti, e questo è da ammirare: ha preferito le debolezze dell’uomo al divismo di chi va sul sicuro, protetto dalla popolarità. Poteva fare un disco con dieci pezzi facili, radiofonici, sostanzialmente scontati. Poteva farlo. Non l’ha fatto. Io gli credo. Anche e soprattutto questa è la sua poetica.

Poi si potrebbe, certo, parlare del disco sotto il punto di vista artistico. Il disco è una collezione di generi diversi, ma credo che Jovanotti con i generi musicali, le sperimentazioni, la bellezza dei suoni che descrivono presente, futuro e ciò che non si può dire a parole, credo – dicevo – che c’entri come Valerio Scanu col rock progressivo. Viene da pensare che il merito della padronanza artistica, che sta alla base della creazione di quei suoni, di quelle musiche, di quegli arrangiamenti, c’entri poco col virtuosismo di Jovanotti. C’è molto dei suoi musicisti e del suo produttore Michele Canova, semmai. Lorenzo però ha il merito di scegliere, di sapere sempre, perfettamente, qual è il ritmo giusto, quale il mood. Ha il merito del dj che seleziona i dischi giusti per far ballare la gente: farla ballare esattamente per i motivi che descrive nei testi.

La musica no, non è merito suo. E, sia chiaro, non è per niente un problema. Nel disco c’è soprattutto il fatto che queste canzoni sono nate in funzione del tour estivo.

Chi è andato almeno una volta a un concerto di Jovanotti sa che ogni volta è una festa fuori dal comune. Jovanotti sa come tirare fuori l’energia: sul palco non sbaglia una mossa, la scaletta è sempre perfetta nel gestire i ritmi più lenti, il ballo sfrenato, il prisma multicolore di cui è capace potenzialmente l’emozionalità orizzontale dell’arte canzone. Lui non sta fermo un attimo, ti vien quasi voglia di abbracciarlo se non sudasse così tanto.

Lo sappiamo che Jovanotti sa far ballare la gente, e bene (L’ombelico del mondo); sa fare pezzi lenti che emozionano quelli a cui piace un certo tipo di pop (A te). Per queste cose è il migliore, in Italia. In Lorenzo 2015 CC, L’astronauta è per esempio un brano molto bello, con un contenuto di certo non originale (Rocket man di Elton John e Space oddity di David Bowie su tutti, ai quali sarebbe ingeneroso accostarlo), ma il testo ha una tale misura ed eleganza che il brano regge artisticamente l’abuso, e alla grande.

Non so se rimarranno questi brani, però. La cosa più interessante è come Jovanotti si è messo in gioco. Rimane questo sopra ogni altra cosa, e non mi pare poco. Il disco è fatto per un buon 60% di riempitivi, ma avesse pubblicato solo 10 canzoni non sarebbe stato lo stesso, sarebbe stato paradossalmente molto più brutto, perché molto più furbo. Avrebbe avuto molto meno senso. La vera opera d’arte, dunque, è la genuinità che ci mette, negli occhi, nello sguardo, nel mostrarsi uomo, Lorenzo, nel 2015 ancora bisognoso d’armatura. È nell’ averne pubblicate 30, nell’ essere andato coraggiosamente oltre il concetto di disco, nel tendere verso altre forme. Il bello è nell’intenzione. Bravo.