“Obama minacciava Abu Mazen” per le pressioni esercitate dal leader palestinese sui membri dell’Assemblea generale dell’Onu al fine di ottenere il riconoscimento dello Stato di Palestina. E’ una delle rivelazioni contenute nei fascicoli dell’inchiesta Spy Cables, i documenti riservati dell’intelligence sudafricana che riportano le azioni di diverse organizzazioni internazionali (Cia, Mossad, Shin Bet, MI6, State Security Agency sudafricana e anche Fsb russa) e diffusi da Al Jazeera e dal Guardian. Oltre agli avvertimenti che il presidente americano avrebbe indirizzato direttamente ad Abu Mazen, i documenti parlano anche di una strategia israeliana per bloccare i dialoghi sul nucleare tra Iran e i cosiddetti “5+1”, di costanti contatti tra Cia e Hamas e dell’accordo tra Tel Aviv e Anp, nel 2009, per intralciare le indagini sui crimini di guerra commessi da Israele e Hamas, durante l’operazione Piombo Fuso, a Gaza.

Le minacce di Obama
A riportare le “minacce” di Barack Obama nei confronti del presidente dell’Anp è un documento riservato dell’intelligence sudafricana, datato 22 novembre 2012. Nei file digitali in possesso di Al Jazeera si legge che un agente segreto del Paese africano, in diretto contatto con i leader dell’Autorità Nazionale Palestinese, è venuto a sapere di una telefonata tra il presidente americano e il leader di Ramallah in cui il primo intimava il secondo di non procedere con la richiesta di riconoscimento dello Stato di Palestina. Il presidente dell’Anp, riportano i documenti riservati, “fu determinato a portare avanti” e sostenere la causa palestinese, nonostante la chiamata di Obama.

Il colloquio tra i due presidenti avviene appena una settimana prima del voto sulla risoluzione 67/19 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che riconobbe la Palestina come osservatore permanente, anche se Stato non membro. Un voto che segna il primo grande passo verso il riconoscimento dello Stato palestinese. La risoluzione venne adottata con 138 voti favorevoli, 41 astenuti e 9 contrari. Tra questi ultimi ci sono gli Stati Uniti e Israele. Un risultato ottenuto grazie anche al forte processo di sensibilizzazione internazionale iniziato dopo, si specifica nei documenti, la Conferenza Generale dell’Unesco del 31 ottobre 2011, durante la quale la Palestina divenne membro dell’organizzazione.

Quando Abu Mazen si schierò con Israele: “No a indagini su crimini di guerra”
I documenti raccolti dall’unità investigativa di Al Jazeera, però, affrontano molte altre tematiche: dal tentativo del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, di bloccare i dialoghi sul nucleare, nel 2012, lanciando l’allarme riguardo all’imminente costruzione della bomba atomica da parte dell’Iran (frasi smentite nei file dalla stessa intelligence di Tel Aviv, lo Shin Bet), fino alla rivelazione di “costanti contatti” tra la Cia e Hamas e la ricerca da parte dell’MI6 britannico di una spia da usare come talpa in Corea del Nord.

Ciò che, però, colpisce è un presunto accordo tra Israele e Abu Mazen, nel 2009, per ostacolare le indagini ordinate dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Unhrc) su presunti crimini di guerra commessi dai militari dello Stato ebraico e dai miliziani di Hamas, durante l’operazione militare dell’esercito di Gerusalemme Piombo Fuso, a Gaza, nella quale morirono 1.300 persone. A condurre le indagini c’era un giurista sudafricano, Richard Goldstone, che inizialmente parlò di attacchi contro i civili da parte delle milizie israeliane. Per questo, rivela un documento dell’epoca, l’allora capo del Mossad, Meir Dagan, chiamò i vertici dell’intelligence sudafricana per chiedere di opporsi alle indagini che, oltre a preoccuparlo per le conseguenze che avrebbero avuto sull’opinione pubblica, avrebbero rappresentato una “vittoria per il terrorismo”. Così, si legge, si sarebbe rischiato di favorire i terroristi nell’uso dei civili come scudi umani contro gli attacchi dei militari. Una posizione che trovò l’appoggio anche di Abu Mazen che, preoccupato da un aumento di popolarità del nemico Hamas nei territori palestinesi, “doveva mostrarsi pubblicamente in favore del report” ma, in privato, lo ostacolava.

Twitter: @GianniRosini