Ottantasettesimo Oscar, ha vinto Birdman del messicano Alejandro G. Iñárritu. Miglior film, regia, sceneggiatura originale e fotografia, il poker premia un peso leggero al botteghino americano: a oggi ha incassato 38 milioni di dollari, 18 in meno del vincitore dell’anno scorso, 12 anni schiavo, 40 in più del peso minimo The Hurt Locker, miglior film nel 2010. Agli Academy Awards ormai l’arte domina sul mercato: sono 11 anni, da Il Signore degli Anelli – Il ritorno del Re del 2004 (378 milioni negli Usa), che un blockbuster non si porta a casa il riconoscimento principale, e per sfondare quota 100 bisogna comunque tornare al 2009, con i 141 milioni di The Millionaire. Insomma, almeno per una notte, povero è bello a Hollywood e il binomio incassi-statuette pre Millennial oggi non si replica più: 330 milioni e 6 Oscar per Forrest Gump nel 1995, 600 milioni e 11 Oscar per “Titanic” nel 1998.   

La tramontata sinergia apre però a un maggiore impegno, una rinnovata sensibilità civile e politica dei premiati: Iñárritu s’è rivolto ai connazionali che vivono negli States, pregando “che possano essere trattati con la stessa dignità e rispetto da quelli che sono arrivati prima e hanno costruito questa incredibile nazione di immigrati”; Graham Moore, incassando l’Oscar alla sceneggiatura non originale per The Imitation Game, ha rivelato che “quando avevo 16 anni, cercai di suicidarmi perché mi sentivo diverso e non mi appartenevo. Voglio dedicare questo momento al ragazzino che si sente strano o diverso. Stay weird, stay different”; John Legend, statuetta per la canzone originale Glory di ‘Selma’, ha attaccato: “Siamo il Paese al mondo con più gente in carcere. Ci sono più neri dietro le sbarre oggi di quanti fossero sotto schiavitù nel 1850”; Patricia Arquette, migliore non protagonista in Boyhood: “È arrivato il tempo di avere parità di salario una volta per tutte, e di avere eguali diritti per le donne degli Stati Uniti d’America”.

Parole sante, eppure, quanti le hanno ascoltate? Relativamente pochi: lo show trasmesso da Abc e condotto da Neil Patrick Harris, rimasto in mutande per scimmiottare il Michael Keaton di Birdman, ha perso il 10% rispetto al 2014, segnando il peggior risultato dell’ultimo quadriennio. Collegare questi ascolti in caduta libera allo scarso appeal popolare dei titoli in lizza? Non è peregrino, del resto, il cinema oscarizzabile è oggi il medio proporzionale tra l’art pour l’art festivaliera europea e il mainstream made in Usa, a cui appartiene lo “sconfitto” degli ottantasettesimi Academy Awards, American Sniper di Clint Eastwood (319 mln al box office patrio).

Lo dice bene il trionfo di Birdman e il “secondo posto” di Grand Budapest Hotel, che ha messo a segno un altro poker – c’è gloria anche per la costumista italiana Milena Canonero, alla quarta statuetta in carriera!    Come Gravity dell’altro messicano Cuaron vincitore – ma non miglior film – degli Academy Awards 2014, anche Birdman ha inaugurato la Mostra di Venezia, stavolta in Concorso: non ha preso premi al Lido, la giuria presieduta dal compositore francese Alexandre Desplat (Oscar per Grand Budapest Hotel) gli ha preferito il duro e puro Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza di Roy Andersson. Analogamente, alla Berlinale 2014 il Wes Anderson di Grand Budapest Hotel dovette “accontentarsi” del Gran Premio della Giuria, Boyhood, nove nomination agli Oscar e una sola concretizzata con Patricia Arquette, dell’Orso d’Argento per la regia di Richard Linklater: vinse il cinese Black Coal, Thin Ice, film per pochissimi.

Poco valorizzati se non bistrattati dai festival europei, Hollywood ricompensa i suoi figli di qualità, ne certifica l’aurea mediocritas a suon di statuette e, nello specifico, decreta l’apoteosi della Fox Searchlight, divisione speciale della 20th Century Fox ed epitome stessa della “indipendenza” di successo: l’anno scorso incassò tre statuette con 12 anni schiavo, stavolta otto tra Birdman e Grand Budapest Hotel. Se Eddie Redmayne, nei panni del fisico Stephen Hawking afflitto da Sla de La teoria del tutto, e Julianne Moore, malata d’Alzheimer in StillAlice, si sono prevedibilmente laureati migliori attori protagonisti, perché la malattia a Hollywood paga sempre, l’unica sorpresina va scovata nella categoria documentari: l’ha spuntata Citizenfour, sull’incontro tra la regista Laura Poitras, il giornalista Glenn Greenwald e quell’ Edward Snowden che ha fornito le prove dell’abuso di sorveglianza dell’Nsa ai danni dei cittadini Usa. L’eccezione permessa dal sistema? Chissà.

il Fatto Quotidiano, 24 febbraio 2015