Sì, sono utili, ma è invece inutile mentire: al solo indossarli, impossibile non sentirsi sempre un po’ più intriganti. Che il rapporto con l’occhiale da sole sia ormai qualcosa che va ben oltre il mero accessorio è noto a tutti, e non certo unicamente nel bislacco uso (e abuso) che le star propongono giorno e notte. A spiegarlo è Vanessa Brown in Cool Shades: The History and Meaning of Sunglasses (Ed. Bloomsbury), dove in un susseguirsi di spunti sociologici, storia del costume e qualche esempio titolato, il mondo dell’occhiale da sole appare finalmente un po’ più chiaro, anche dietro la lente.

Se verso alla metà del diciottesimo secolo lenti verdastre venivano usate a Venezia per combattere il riflesso delle acque, fu intorno al 1920 che lo stile americano cominciò a proporre lenti oscurate al di fuori dell’uso militare (dove fino ad allora erano state confinate), per espanderlo anche verso altre attività, soprattutto la guida. Il vero debutto dell’occhiale da sole avvenne infatti su una copertina di Vogue del 1925, anche se la sua consacrazione più “cool” risale al 1938, quando per la prima volta Harpers Bazaar lo inserì come vero e proprio accessorio fashion.

Bene, ma come spiegare il loro intrinseco fascino? Si potrebbe tornare sui passi dei balli in maschera dove, pur mantenendo scoperto unicamente lo sguardo, s’intuisce già il fascino della dissimulazione. Simile a quello del vero accessorio di corte, il ventaglio: scoprire e rivelare con un solo gesto occhio ed espressione, inseguendo ancora una volta l’ideale di uno stimolante vedo-non-vedo. Il suo antenato più insolente si colloca però nel costume di una figura ben nota: quella del dandy, più precisamente nel periodo della reggenza, dove l’uso smodato di monocoli alternati su entrambi gli occhi sottolineava invece ciò che era degno, o meno, di ricevere attenzione. Ed ecco emergere il punto fondamentale, enfatizzato anche dall’uso di monocoli dei successivi “Dada Dandy” nel periodo dadaista: un allontanamento da ogni espressione o emozione, senza necessariamente dover prendere le distanze o perdere compostezza. Ma l’occhiale stava in realtà già lavorando su alcuni punti cardine comuni alla moda moderna, come la distinzione sociale e la mediazione delle relazioni in società. Se alcuni studiosi del costume settecentesco avevano già stabilito quanto il contatto oculare con estranei fosse diventato un tabù, negli anni Venti il sociologo Ervin Goffman definì l’interessantissima (e ancora nota) “civil inattention”, focalizzando come due sconosciuti sulla stessa strada si guarderanno da lontano per poi volgere altrove lo sguardo: “Per far comprendere come l’altro non costituisca un così speciale soggetto estetico o di curiosità”.

Ma pensando al sempre maggior numero di luci, specchi e superfici riflettenti che nel corso del ‘900 hanno conquistato ogni città, l’attenzione si sposta quindi verso un concetto decisamente poco banale: “Non si vuole certo suggerire che la crescita di occhiali sia dovuta all’aumentare di questi splendenti atmosfere – spiega l’autrice – ma piuttosto alle connessioni fra luce e moderne ambizioni. L’occhiale da sole infonde al volto lo stesso carattere di sfida di un vetro o cellophane perfetto. Levigato, carico di promesse, attraente nel rimandare l’immagine di chi guarda, con gli stessi connotati di una vetrina o di un grattacielo catarifrangente”.

Se a tutto ciò si unisce la spensieratezza delle prime abbronzature anni Venti, ai tempi di maschiette alla Coco Chanel, è facile capire come negli anni del boom postbellico questi divennero un nuovo, coloratissimo gadget “figlio” delle produzioni plastiche. “Se il loro fascino esprime sia come vedi che come appari agli altri, quest’ideale di alterata identità e percezione porterà ad un effetto affascinante”, dice ancora la Brown. E poi le luci dei paparazzi, i flash fotografici e l’esigenza per le celebrities di trincerarsi su un nuovo Olimpo, anche in strada: riassunto tutto dietro a una lente. Jackie O’, Audrey Hepburn e più avanti Brigitte Bardot, ma anche Elvis Presley e James Dean furono solo alcuni degli antesignani di più moderni cliché alla Anna Wintour e Karl Lagerfeld. Pensando a esempi di occhiali “mitici” alla Matrix, ma anche quelli indossati da Lolita o da musicisti Jazz, divisi fra il guardare e l’essere visti, provocando nello spettatore un’inarrestabile fascinazione data proprio dal quel piccolo, sottile senso di precarietà. In una diatriba già spiegata da Oscar Wilde: “Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile”.