In sei successivi conflitti, tra il 2004 e il 2010, le milizie armate houti della minoranza sciita yemenita sono state tenute a freno dal regime dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh. Questi, dopo 33 anni di potere, è stato cacciato dalla “primavera araba” e, grazie a un accordo promosso dal Consiglio di cooperazione del Golfo, ha lasciato la scena politica impunito.

Ha lasciato, Saleh, anche un paese frantumato, dove si sono insediati i gruppi armati islamisti, affrontati da terra dall’esercito e dall’aria dai droni Usa; un paese dove le rivendicazioni tribali e religiose rendono ardue la divisione del potere e la riconciliazione.

Ora gli houti si prendono la rivincita. Hanno iniziato a circondare la capitale Sana’a l’anno scorso a settembre, l’hanno attaccata nella terza settimana di gennaio di quest’anno e di lì a poco hanno preso il potere con il loro braccio politico, Ansarullah.

Il presidente Abd Rabbu Mansour al-Hadi si è dimesso e il 6 febbraio, dopo aver costretto il parlamento allo scioglimento, gli houti hanno emanato una dichiarazione costituzionale che crea un consiglio di presidenza transitorio con funzioni di governo ad interim per la durata di due anni.

Una missione di Amnesty International ha visitato recentemente lo Yemen raccogliendo testimonianze raccapriccianti sulle intimidazioni, le violenze e le torture subite da chiunque non sia d’accordo col nuovo padrone del paese.

L’11 febbraio si è svolta a Sana’a un’affollata manifestazione per ricordare l’anniversario dell’inizio della rivolta del 2011. In quell’occasione le forze di sicurezza houti hanno arrestato Ali Taher al-Faqih, Abdeljalil al-Subari e Salah ‘Awdh al-Bashiri, quest’ultimo padre di sette figli.

I tre sono stati trattenuti per 48 ore, al termine delle quali al-Bashiri è morto per le torture subite. Amnesty International ha incontrato i due sopravvissuti il 15 febbraio. Al-Subari aveva ancora le ferite aperte sul petto. Al-Faqih ha accettato di raccontare cosa è successo nelle mani degli houti:

“Ci hanno rilasciato alle due di mattina di ieri [14 febbraio]. Salah al-Bashiri non riusciva a muoversi né a parlare. Diceva solo che aveva sete. Siamo andati all’ospedale, lì gli hanno dato qualche medicina. C’erano houti ovunque, alcuni in divisa militare. Siccome temevamo di essere arrestati di nuovo, siamo fuggiti via. Al-Bashiri è morto due ore dopo”.

Ecco la testimonianza degli interrogatori:

“Mi hanno ordinato di sedere e hanno iniziato a chiedermi che lavoro facevo, perché ero andato alla manifestazione, chi l’aveva convocata, in che rapporti ero con l’ambasciata degli Usa e con le organizzazioni che si oppongono ad Ansarullah. Mi hanno bendato, poi mi hanno legato le mani dietro la schiena, mi hanno stretto i piedi e mi hanno fatto sdraiare a faccia in giù. Mi hanno bastonato per un paio d’ore, chiedendomi di confessare. Il dolore era pazzesco. Alla fine, quando hanno smesso, ero mezzo svenuto. Mi hanno aiutato a rialzarmi”.

Negli stessi giorni, Amnesty International ha incontrato Fouad Ahmad Jaber al-Hamdami, un attivista di 34 anni, molto noto nel paese. Arrestato il 31 gennaio al termine di una piccola manifestazione, ha trascorso 13 giorni in quattro diversi centri di detenzione dove è stato torturato.

“Mi hanno bendato poi mi hanno legato mani e piedi, mi hanno ordinato di sdraiarmi a faccia in giù e hanno iniziato a picchiarmi con un bastone o una sbarra d’acciaio fino a quando non perdevo conoscenza. Quando rinvenivo mi chiedevano: ‘Parli tu o ti facciamo parlare noi?’. Mi accusavano di aver preso soldi dagli Usa e dall’Arabia Saudita, di avere legami coi terroristi della Fratellanza musulmana e con alcuni esponenti del vecchio regime. Dopo quattro ore così, ho accettato di scrivere una confessione. Allora mi hanno slegato, ammonendomi a non organizzare altre manifestazioni o a contattare quelli che si oppongono agli houti. Mi hanno scaricato lungo viale Zubeiri. Non riuscivo a muovermi, fortunatamente un passante mi ha soccorso”.

La mattina del 7 febbraio Ahmad al-Thubhani, un attivista di 21 anni, è stato catturato dopo che aveva preso parte a una protesta alla Nuova università di Sana’a. Cinque miliziani houti hanno seguito e bloccato il taxi su cui era a bordo e l’hanno portato via. È stato torturato per cinque giorni in un’abitazione nei pressi della residenza dell’ex presidente Abd Rabbu Mansour al-Hadi.

“Dopo che ho detto di essere contro le milizie, mi hanno frustato 20 volte di seguito, soprattutto sulla schiena e sulle gambe e mi hanno costretto a scrivere su un foglio i nomi dei leader e degli attivisti delle proteste”.

Dalla repressione subita in passato, gli houti paiono aver imparato unicamente come riproporla. Succede spesso così.