Matteo Renzi lo sa, si gioca la faccia. E ce la gioca anche il suo partito. La questione dell’assunzione dei 150 mila scritta nel piano “La Buona scuola“, annunciata in tutti i modi e da tutti i microfoni dal premier e soprattutto dal suo fedele sottosegretario Davide Faraone (il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini è sempre stata più cauta), sarà la cartina di tornasole del suo governo. Gli italiani, soprattutto gli insegnanti di questo Paese, non saranno più capaci di credere all’annuncite renziana, alla sua mania di coniugare i verbi al futuro senza mai farci toccare il presente. Detto questo, la questione delle graduatorie ad esaurimento in questi giorni è stata una buona arma di distrazione di massa rispetto alla sostanza di una riforma della scuola che, a leggere il piano presentato, sarebbe stata rivoluzionaria.

Ne avevo apprezzato, senza farne mistero, più parti: il capitolo della formazione, la questione digitale, il diverso modo di pensare l’educazione tecnologica, il timido tentativo di rivedere il Testo Unico sulla scuola ormai datato 1994. Così come avevo criticato l’assenza di alcuni sostantivi: genitori, costituzione, migranti. Con la riconsegna dei risultati del sondaggio effettuato online, in tempi rapidissimi (considerato epocale dalla Giannini), si era messa qualche toppa qua e là. Ora da una settimana assistiamo al contagocce delle notizie su un decreto e una Legge delega che, forse, cambierà la scuola. Forse perché i tempi non sono immediati: ci sarà un decreto legge, sicuramente per le assunzioni e forse anche per la carriera dei docenti, mentre per tutto il resto si utilizzerà una legge delega. La riforma potrà partire – nella migliore delle ipotesi – nel 2016-2017, ma è probabile che si slitterà addirittura al 2017/2018. Il calcolo dei tempi lo ha fatto la rivista la “Tecnica della scuola”: se nei prossimi giorni il governo invierà il disegno di legge al Parlamento, il provvedimento non potrà essere approvato prima del prossimo mese di luglio (ma questa è una ipotesi molto ottimistica); dopo di che decorreranno i termini per l’adozione dei decreti applicativi. Se il Parlamento dovesse dare al Governo 9 mesi di tempo, i decreti potrebbero essere adottati entro fine maggio e quindi si potrebbe anche pensare ad un avvio per settembre 2016. Se tutto andasse bene.

Intanto alla festa del Pd si è parlato poco della sostanza, della “ciccia”. L’unico ad aver compreso l’urgenza della questione scuola sembra essere stato Luigi Berlinguer con quel suo “A scuola non ci si deve rompere le palle, a scuola si deve godere”.

Da Renzi avremmo voluto sentire qualche parola in più su quanto destineranno in termini di fondi alla formazione degli insegnanti siano essi quelli già da anni in cattedra o quelli che entreranno con le Gae. Dal presidente del consiglio avremmo voluto sentir parlare di quanto destinerà alla digitalizzazione della scuola alla quale aveva dedicato pagine e pagine del piano. Avremmo voluto avere dati precisi su come intenderà rafforzare i nostri istituti professionali. Avremmo voluto parlare di scuola. Lo ha capito bene la Rete degli Studenti Medi che in queste ore ha lanciato un appello dove tocca alcuni argomenti cardine, dimenticati dal Pd: le bocciature, la questione dell’ora di religione in una scuola laica, l’integrazione.

Per ora parliamo di graduatorie. Lo faremo ancora per qualche giorno. Poi, al netto delle polemiche degli scontenti (che ci saranno), dei delusi dal mago di Firenze (che non mancheranno), dei fondamentalisti renziani (immancabili), il giorno dopo forse ricominceremo a parlare di scuola, di bambini, di studenti.