La luce di Giovanni è accesa. Ancora accesa. Sono le dieci di sera e sto per entrare a dirgli di spegnere, di dormire, accidenti! Che domani mattina alle sei e quaranta dovrà alzarsi per andare a scuola. Ma le mie dita si fermano sulla maniglia. Dalla fessura della porta lo vedo che legge i suoi primi libri con il volto illuminato dalla luce dell’abat-jour. No, mi dico, è meglio che legga, che esplori nuovi mondi disegnati dalle parole, raccontati da persone lontane nello spazio e nel tempo. Ma non è soltanto questo che sta scoprendo, me ne rendo conto: è la notte.

Se devo segnare un confine tra l’infanzia e la mia prima adolescenza, penso alla scoperta della notte. Ricordo che l’attendevo con un misto di desiderio e timore. Aspettavo che il sonno prendesse i miei due fratelli più piccoli, Marta e Nicola, e poi mi mettevo lì. Non sapevo nemmeno bene io a fare che cosa: ascoltavo, guardavo. Strano, perché in quelle ore i rumori erano quasi assenti. Il buio cancellava ogni cosa. Eppure ascoltavo e vedevo. Che cosa? Ora, guardando Giovanni, capisco: in quei momenti ho trovato per la prima volta la compagnia di me stessa. Quella presenza preziosa e insostituibile che poi ci accompagnerà per tutta la vita. Senti le mani, i muscoli, il battito del cuore. Percepisci la tua vita, ne segui movimenti e pulsazioni quasi con timore che possano fermarsi da un momento all’altro. Poi con sollievo capisci che no, andranno avanti anche da soli. Non devi preoccuparti ogni secondo di vivere. 

In quei primi incontri con te stesso impari a volerti bene, perché è giusto avere cara la propria vita. Poi, come una marea leggera, ecco che saliva il sonno. Era bello resistere appena un attimo, vedere i contorni delle cose confondersi. Sentire che i sogni si facevano avanti in mezzo ai pensieri. Allora ci si rannicchiava nel letto. Ma prima, un istante prima di mollare gli ormeggi, c’era un ultimo sguardo alla giornata andata, a quella che sarebbe arrivata. Senza le inquietudini e le ansie di noi grandi che scopriamo di avere paura del buio. Giovanni, tieni accesa la tua luce. Anche per noi.

Il Fatto del Lunedì, 16 febbraio 2015