Basta un centinaio di teppisti olandesi ubriachi per mettere in crisi il prode Alfano, grande persecutore di donne indifese per conto di despoti postsovietici. Figuriamoci la guerra all’Isis. Il terrorismo costituisce senza dubbio un pericolo serio. Ma che va appunto affrontato con serietà, senza le rodomontate da dilettanti allo sbaraglio di Gentiloni e Pinotti (“Siamo pronti a combattere“).

Studiando attentamente le principali esperienze di lotta al terrorismo di questi ultimi anni. L’esperienza di Cuba, che grazie all’infiltrazione dei suoi agenti (finalmente liberati qualche mese fa dopo quasi vent’anni di ingiusta prigionia negli Stati Uniti) ha smantellato le reti di assassini dinamitardi autori di attentati che agivano con il beneplacito della Cia a partire da Miami. L’esperienza di Kobane, dove l’autodifesa armata dei curdi e degli altri attorno alle bandiere della Regione democratica della Rojava ha saputo mettere in fuga i banditi tagliagole dell’Isis pur supportati fino all’ultimo dall’esercito turco.

Quest’esperienza, in particolare, dovrebbe avere chiarito a tutti che il terrorismo si batte non con meno ma con più democrazia. Come argomentano Slavoj Zizek in un’intervista apparsa sull’Espresso della scorsa settimana e Serge Halimi su Le monde diplomatique, il terrorismo in Europa è figlio della mancata integrazione dei migranti e dei fallimenti della sinistra, incapace di costruire uno Stato inclusivo e sociale e succube della destra priva di cuore e di cervello impersonata da Schäuble e dalla Merkel. Come afferma giustamente Zizek in questa intervista: “Reagire alla carneficina di Parigi significa abbandonare una volta per tutte l’accondiscente autocompiacimento dei liberali permissivi e ammettere che il conflitto tra la permissività liberale e il fondamentalismo è in definitiva un falso conflitto, ovvero un circolo vizioso tra due poli che si generano reciprocamente e implicano a vicenda l’altro come scontato”.

Oltretutto, la situazione in Libia è estremamente complessa. La sciagurata guerra contro Gheddafi (che pure era un dittatore spietato), condotta senza lasciare spazio ad alcuna possibilità di mediazione e soluzione politica, ha sgombrato il campo ai peggiori fondamentalismi armati. Responsabili di questo disastro, come chiarito egregiamente da Prodi, sono coloro che all’epoca erano al potere in Occidente, soprattutto Sarkozy, ma anche l’impenitente Napolitano, il quale oggi per giustificarsi tira fuori un’assurda teoria secondo la quale la guerra contro la Libia all’epoca era lecita perché non si trattava di uno Stato. Scherzi dell’età avanzata o consulenti giuridici analfabeti?

Il ginepraio libico è tale da sconsigliare ogni azione avventata. Occorre invece muoversi con estrema cautela per ricucire i fili del dialogo nazionale, senza dare troppo spazio ai Gheddafi del momento, come il generale Al Sisi, colpevole a sua volta di una spietata repressione contro i movimenti popolari (non solo islamici) in Egitto. Del pari occorre fare attenzione agli allarmismi e ai polveroni di chi, come determinate fazioni libiche o lo stesso governo egiziano, vuole portare acqua al proprio mulino delineando scenari improbabili, come quello di un futuro attacco in massa degli scherani del Califfo, magari travestiti da richiedenti asilo, all’Italia.

Contro le scontate strumentalizzazioni di Salvini e altri esponenti della destra xenofoba occorre invece rilanciare l’operazione Mare Nostrum, difesa avanzata della vita umana e anche della sicurezza nazionale, due obiettivi che, nonostante quanto affermano i disumani e fallimentari strateghi della guerra ai migranti, possono anzi devono andare di pari passo.

In conclusione, anche in una situazione complessa come quella determinata dalle scempiaggini (e dai crimini) occidentali in Libia, l’unica soluzione valida è quella di attenersi, sia pure in ritardo, ai precetti della nostra Costituzione, tra i quali il ripudio della guerra contenuto nell’art. 11 assume importanza preminente, nonostante qualche guardiano infedele si sia in passato ben guardato dal vigilare sul suo rispetto. Provocando danni enormi ancora in essere e dei quali probabilmente non sarà mai chiamato a rendere conto.