Più di cinquanta film alle spalle per una carriera di attrice che dura da 35 anni durante i quali è stata diretta da registi del calibro di Bertolucci, Amelio, Monicelli, Avati, Salvatores, Faenza e Virzì, solo per citarne alcuni. Eppure per molti Laura Morante è sempre e ancora Bianca, l’insegnante di francese di cui si innamora Michele Apicella, protagonista dell’omonimo film del 1983 di Nanni Moretti che l’aveva già voluta in Sogni d’oro e la rivolle ne La stanza del figlio.

Laura, come se lo spiega?
Sinceramente non lo so, tra l’altro pur essendo Bianca un film molto importante, il mio non è stato un ruolo straordinario dal punto di vista interpretativo, eppure per qualche ragione è così. Forse perché è diventato una sorta di emblema, un cult, e non soltanto in Italia E anche per Moretti è lo stesso, pur avendone girato tanti altri, Bianca resta il “suo film”, quindi in qualche modo gli siamo legati entrambi a vita.

Negli ultimi anni ha interpretato spesso il ruolo di una madre e lo è anche nella vita: ha due figlie, Eugenia e Agnese, e un figlio adottato due anni fa che si chiama Stiope. Com’è oggi il rapporto tra genitori e figli?
Penso che il rapporto genitori-figli sia un tema del quale si dibatte da sempre e non soltanto negli ultimi anni, ma forse ciò che lo contraddistingue nelle generazioni più recenti è uno strisciante senso di colpa permanente che attanaglia i genitori nei confronti dei figli perché non si occupano solo di loro ma anche di altro e che rischia di creare delle situazioni di squilibrio. Se poi i genitori si separano è anche peggio. Credo sia questa la novità degli ultimi decenni.

Forse purtroppo riguarda di più le donne.
Certo, ne siamo vittime soprattutto noi madri che sentiamo sempre il bisogno di farci perdonare qualcosa. Il solo fatto che lavoriamo e magari ci separiamo dal loro padre ci rende estremamente vulnerabili alla critica, ma un genitore per essere un bravo genitore deve anche accettare di farsi detestare ogni tanto. Invece in qualche modo cerchiamo tutti di piacere ai nostri figli ed essendo le cose strettamente legate, la situazione diventa di difficile gestione e rischia di creare degli scompensi.

Capita di sentirsi incastrati in un ruolo, come quello di madre ad esempio, o di moglie?
Non è mai una cosa positiva quella di identificarsi con il proprio ruolo, un essere umano deve esserlo a prescindere, non è che un avvocato, un politico o un insegnante si debbano identificare con i rispettivi ruoli di marito, moglie o madre. La chiave è invece sfuggire al proprio ruolo.

A proposito di uomini, una volta ha detto che se tra loro e le donne fosse tutto risolto ci si annoierebbe…
Davvero? Non ricordo perché ho detto questo, ma in ogni caso io sono una sostenitrice del confronto e i rapporti troppo pacificati non mi interessano. Non mi spaventa neanche quando diventa un conflitto, purché non cruento ovviamente, perché ritengo che la dialettica sia indispensabile a mandare avanti e a far crescere il rapporto. Certamente una relazione così è più divertente e più ricca di emozione, ma anche di insegnamenti. E poi ciò che resta sempre uguale a se stesso muore e si spegne.

E infatti negli anni ottanta per amore ha cambiato paese e per seguire suo marito George Claisse si è trasferita in Francia dove ha girato parecchi film: si lavora meglio che in Italia?
Le due cose non sono state però legate, anzi, in Francia ho lavorato di più dopo che me ne sono andata, anche se viverci per un po’ ha fatto in modo che mi conoscessero meglio. Lavorare bene o no dipende dalle persone con cui lo fai. Però io, soprattutto ora, mi rifiuto di distinguere persone per razza, religione ed etnia, non mi interessa. Ci sono francesi molto simpatici e italiani odiosi, e viceversa, e così è il mondo.

Dopo tanti anni davanti alla macchina da presa, nel 2012 l’esordio alla regia con Ciliegine e ora ci riprova…
Mi sono divertita tanto, così ora sto per dirigere un’altra commedia, ma un po’ più seria e malinconica, che si intitola Assolo e che cominceremo a girare in giugno. Mi piace molto raccontare delle storie e provo sempre tanta gratitudine nei confronti degli attori che dirigo e verso i quali tendo ad avere un profondo rispetto e a mantenere ottimi rapporti, anche quando magari di irrigidiscono o fanno i capricci, io riesco a capirli. Probabilmente perché faccio questo mestiere da tanti anni e so bene che ti rende vulnerabile e che è molto più complesso da un punto di vista psicologico di quanto si possa immaginare dall’esterno, ci vogliono le spalle larghe per farlo. È sempre bello essere diretti da chi ama gli attori, anche se ci sono tanti bravi registi che invece li temono.

C’è un genere di film che non ha fatto e che desidererebbe fare?
Mi piacerebbe molto lavorare in una tragedia greca, ma non mi è mai capitato. Ho lavorato molto nei drammi, ma per natura tendo a preferire la tragedia e in realtà pure la commedia.

Quanto porta di se stessa nei personaggi che interpreta?
Non è tanto ciò che uno porta di sé volontariamente o coscientemente in un ruolo perché si porta sempre qualcosa. Ogni interpretazione è un punto di incontro tra un personaggio e un attore e lo stesso personaggio recitato da dieci attori diversi diventa dieci personaggi diversi. Credo che ciò che noi portiamo abbia tanto più valore quanto meno ne siamo coscienti.