Quando Matteo Renzi ha lanciato l’anno “felix” nel senso di felice e fertile, ancora non pensava alla Libia. La drammatizzazione degli ultimi giorni, infatti, potrebbe avere qualche effetto sui destini dell’economia italiana per l’anno in corso. Il premier, infatti, ripete a tutti quelli che incontra che quest’anno ci sarà la crescita e che quindi il governo si rafforzerà. In larga parte ci spera perché se per il secondo anno consecutivo non dovesse avere risultati sul piano economico, in particolare sulla disoccupazione, allora le cose per lui, dal punto di vista del consenso, si metterebbero male.

Le premesse, del resto, non sono confortanti. Tra le previsioni di Fmi, Banca d’Italia, Commissione Ue e Ocse, quella più favorevole, un più 0,6%, viene da Bruxelles. Le altre navigano intorno allo 0,4%. Solo Confindustria, a inizio anno, si era spinta a pronosticare un fantastico 2,1% ma ci ha pensato lo stesso Renzi a definirla troppo ottimistica dicendosi soddisfatto se si arrivasse almeno all’1%.

Il problema è che le previsioni di crescita si reggono su fattori che nulla hanno a che fare con l’Italia. Il grosso della spinta, infatti, viene dal cambio favorevole con il dollaro e dal prezzo del petrolio. Lo dimostrano i dati diffusi sull’export italiano: la bilancia commerciale ha registrato un surplus di 42,9 miliardi, il risultato migliore dal 1993. L’export è aumentato nel 2014 del 2% mentre l’import è sceso dell’1,6 per cento. A fare da traino sono stati i Paesi della Ue, dove l’export è salito del 3,7%.

È vero, come nota l’Istat, che le vendite all’estero sono aumentate sia in valore che in volume, ma è anche vero che l’anno ha chiuso con una flessione dell’1,6% sul lato dell’import, dato su cui pesa il ribasso dei prodotti energetici (-19,5%). Cosa succederebbe, allora, in caso di escalation militare improvvisa, di acutizzazione delle tensioni con le prevedibili sensibilità di prezzi quali il petrolio e lo stesso dollaro? L’Italia è un paese che ha sempre avuto una vocazione all’export e dunque ha saputo approfittare del ribasso dell’euro. Pensare, però, di scommettere tutto su questo potrebbe rivelarsi un autogol.

Il Fatto Quotidiano, 18 febbraio 2015