Prego entra, uomo affaticato e angosciato, col tuo carico millenario di stereotipi di ruolo, e aspettative da bread winner che deve portare a casa la pagnotta, sulle tue spalle ricurve. Lascia la giacca e spogliati, che ora penso io a te. Non c’è bisogno che ti dica di lasciarti andare, quando entri da quella porta sei già senza difese, e quella parvenza di forza, indipendenza, autonomia è sparita (la riprenderai dopo, nel porta ombrelli). Qui, in questo appartamento, sono io che porto avanti il gioco, sono io che ho il potere, anche se fuori mi raccontano come vittima, donna senza capacità né possibilità di decidere sulla propria vita. Eppure io ho scelto di fare la prostituta. Non ho bisogno di un permesso di soggiorno, non ho qualcuno che lucra su di me, faccio questo lavoro esattamente come un altro. O meglio no, perché non ci starei a spaccarmi la schiena a sollevare un anziano a ottocento euro al mese; né a fare la commessa, col datore di lavoro che magari ti tasta il culo e ti paga due lire in nero, dieci ore al giorno in piedi. Qui guadagno di più. E in fondo mi considero una curatrice, una lenitrice di dolori altrui. Non nego di aver paura a volte, quando un uomo entra qui per la prima volta. Non nego che a volte decidere di dire no, te no, mi provoca ansia, la paura della ritorsione che nasce dalla tremenda dipendenza di questi uomini da me. Ma se lo Stato mi tenesse meno nella clandestinità, se non punisse chi mi affitta un appartamento, o chi mi fa un book fotografico, mi sentirei più sicura; come lo sarei se ci fosse meno ipocrisia, se si dicesse il problema di questo mestiere non è il mestiere, ma le condizioni in cui si fa. Ma non mi illudo. Da una parte il retaggio cattolico, dall’altro il benpensantismo (anche di tante donne) lo impediranno. Più facile gridare allo sfruttamento, e poi lasciare le cose esattamente come sono.
di Elisabetta Ambrosi

prostituzione
“Fossero gli uomini a restare incinti, l’aborto sarebbe un sacramento”, diceva Florynce Kennedy, avvocata femminista americana. Se fossero gli uomini a fare la puttana, ci sarebbe un contratto collettivo, un albo professionale e un sindacato. E la prostituzione sarebbe la più efficace branca della fisioterapia, visti i mille benefici psicofisici del sesso. Il problema (e l’ingiustizia) è che questa panacea è molto più disponibile per i maschi, che quando non possono averla gratis sanno dove comprarla, mentre le donne possono venderla, ma comprarla no, è degradante. Convenzioni millenarie prevedono che lei, per ottenere quel farmaco, debba attirare l’interesse di un farmacista, averci una storia e farselo regalare. Ma in una società patriarcale fondata sull’irregimentazione dei generi e sulla sottomissione femminile il sesso è organizzato in base alle (presunte) esigenze dei maschi e alla loro disponibilità economica. E siccome è visto solo come sporco bisogno del più forte, le donne che lo vendono non possono farlo che per fame, costrizione o plagio: fosse per loro vivrebbero di coccole. Non è così. Immaginiamo ci fossero tanti battoni quante battone: daremmo per scontato che sono vittime e che le donne vanno con loro perché non li rispettano? La piaga della prostituzione è nella nostra testa prima che sul marciapiede, e più che una piaga è una coda di paglia: perché il mercato del sesso in Italia (ingordo, sregolato, modellato sul maschio ricco) è lo specchio più crudele delle dispari opportunità in un paese arretrato e fondamentalmente sessuofobo. Per questo fa sorridere “l’educazione sentimentale nelle scuole per insegnare il rispetto per il corpo delle donne”, propugnata dal minisindaco dell’Eur Andrea Santoro. Forse non sa che l’educazione sentimentale di Flaubert racconta di un ragazzo diviso fra una puttana e una donna sposata.
di Lia Celi