L’immagine dello Stato Islamico alle porte di Roma risuona potente nell’immaginario collettivo di chi, parlo della maggioranza delle opinioni pubbliche occidentali, ritiene il mondo islamico una costante minaccia e considera i musulmani che risiedono, abitano e lavorano in Europa tutti come possibili invasori, futuri cittadini di uno Stato islamico, un non meglio definito califfato, soldati fedeli all’Islam sino alla morte e pronti a convertirci tutti o, in alternativa a distruggerci. Ragionando un minimo, tali scenari (tanto quello dell’Is, o Isisi, o Isil o in arabo Daesh alle porte di Roma quanto quello di un mondo islamico totalmente in guerra con “noi”) non risultano rispondenti alla realtà. Eppure nonostante l’uomo europeo la guerra, sanguinosa e violenta e terribile come solo le guerre possono essere, la viva sulla propria pelle a causa del drammatico conflitto in Ucraina, i mass media occidentali calcano e sottolineano a più riprese il “pericolo islamico”, dipingono orde di barbari pronti ad assalire la civile e cristiana Europa, creano delle barricate dietro le quali difendersi e probabilmente in un prossimo futuro contrattaccare. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un gioco di specchi: i media percepiscono la latente angoscia delle masse e la incorporano ingigantendo cause ed effetti che la stessa angoscia provocano proponendo immagini deformate che tale angoscia servono a rafforzare. Come non pensare alla campagna mediatica sviluppata dopo l’11 settembre 2011, in particolar modo nel nostro Paese, a sostegno della pubblicazione e divulgazione de “La rabbia e l’orgoglio” a firma di Oriana Fallaci. Un libro mediocre, pervaso di collera e rabbia nei confronti dei musulmani, che pure è diventato un caso letterario di successo, un libro che ha venduto milioni di copie, che ha circolato abbondantemente nelle “nostre case” ed è servito primariamente a consolidare i pregiudizi negativi verso la religione islamica.

Il quadro geopolitico del Maghreb, nonché del Vicino e Medio Oriente, appare fin troppo complesso per poter azzardare qualsiasi conclusione definitiva, per poter trovare facili soluzioni dettate da un volontà interventista che troppo spesso ha caratterizzato il “nostro” approccio a queste regioni. Il ricorso alla guerra “intelligente”, mai contraddizione in termini fu più evidente, non è uno strumento utile se non alla lobby delle armi risultando soluzione del tutto inadeguata per dirimere questioni internazionali, abbattere i dittatori. Bisogna invece invertire la rotta ed investire sulla cultura, sulla collaborazione, sul dialogo. Contrariamente a molti opinionisti, ritengo che le “rivoluzioni arabe” non abbiano ancora del tutto esaurito la propria spinta verso il cambiamento. I popoli arabi, mi si permetta la generalizzazione, sono ormai consapevoli che il loro primario nemico non va ricercato all’esterno (Israele, ad esempio) quanto piuttosto all’interno delle proprie società, dei propri sistemi politici. Del resto, se pensiamo all’Egitto o alla Tunisia, gli uomini dell’ancien regime sono ancora presenti sulla scena sebbene con sembianze diverse, con abiti nuovi, con ruoli differenti. È il ghigno del potere che rimane sempre lo stesso. I tempi delle rivoluzioni non sono decisi dagli opinionisti, ma interpretati dagli storici. La prospettiva deve essere diversa è la storia che deve guidarci, un atteggiamento diacronico che rilevi i tanti nodi, non ancora sciolti, legati al colonialismo ed al successivo processo di decolonizzazione. In tal senso le responsabilità dell’Europa devono ancora essere largamente accertate. Basti pensare al caso algerino ed al ruolo della Francia.

La guerra non può essere una risposta alla guerra poiché la parcellizzazione del terrorismo di matrice jihadista rende ogni obiettivo sensibile e potenzialmente, purtroppo, non difendibile. Le motivazioni di questa recrudescenza terroristica a livello europeo sono del resto quasi del tutto slegate dalla religione, la quale funge da ultima chiave di innesco di un processo ben più delicato e le cui radici affondano altrove. I fratelli Kouachi erano del resto entrambi parte di un medesimo humus culturale e sociale: giovani musulmani di nazionalità francese ed origini algerine, emarginati che vivevano nelle periferie degradate della grande città, con precedenti penali, adescati nella mendace trappola jihadista da imam presunti dotti della religione che grazie alla loro forbita retorica sono stati capaci di stimolare la fantasia di giovani arrabbiati, delusi, alla ricerca di valori assoluti ed immutabili nel tempo.