Il primo della serie esorta i nordcoreani a lanciarsi “nell’offensiva finale verso la vittoria con lo spirito rivoluzionario del Paektu”. Il riferimento è alla montagna sacra per i coreani e alla linea di sangue che dal fondatore della Repubblica democratica popolare, Kim Il Sung, va avanti per altre due generazioni, fino all’attuale giovane leader, Kim Jong Un. Seguono altri 309 slogan, pubblicati dall’agenzia ufficiale Kcna per celebrare il 70 anniversario dalla liberazione dall’occupazione nipponica e dalla fondazione del Partito coreano dei lavoratori. Accolti con il sorriso per la pomposità dello stile e i contenuti, gli slogan, definiti “bizzarri” dall’emittente statunitense Nbc, offrono tuttavia uno spaccato delle priorità del regime.

Una buona parte ruota attorno alla dinastia dei Kim. “Lunga vita a Kim Il Sung e Kim Jong Il”, recita uno dei messaggi preparati dal comitato centrale e dalla commissione militare centrale del partito. O ancora “modelliamo il partito e l’intera società sul kimilsungismo e sul kimjongilismo”. Non mancano i riferimenti al songun, ossia alla politica del “prima i militari” e al juche, l’ideologia dell’autosufficienza alla base del regime. Né manca l’esortazione a proteggere e stringersi attorno al “rispettato compagno Kim Jong Un”, la cui presenza, tanto per chiarire, “rende un onore sopportare dolore e difficoltà, così come godere della gioia”.

Il Japan Times riassume invece con il titolo “migliorare tutto”, gli slogan che riguardano la vita pratica e l’economia del Paese. “Sosteniamo l’agricoltura biologica”; “miglioriamo la produzione e facciamo traboccare il Paese di riso”, “lavoriamo per garantire a tutti l’accesso alle risorse idriche”, ma soprattutto “cerchiamo di risolvere i problemi alimentari della popolazione, migliorando la loro dieta”, si legge nel lungo elenco. D’altronde stime della Fao pubblicate a inizio febbraio dicono che dopo tre anni di crescita la produzione di cibo sarà stagnante. Dopo aver importato 300mila tonnellate di grano, all’appello mancano ancora 107mila tonnellate, più del doppio rispetto all’anno precedente.

Altri slogan colgono invece alla sprovvista, come quello che esorta a produrre beni di consumo di alta qualità, che incontrino il favore della popolazione e che “siano competitivi sui mercati internazionali”. Frasi che rimandano a una situazione interna in mutamento, nella quale, soprattutto nella capitale Pyongyang, si assiste allo sviluppo di una classe media. Le massime su industria e produzione hanno inoltre un secondo scopo: “rovesciare le sanzioni imposte dagli imperialisti”. Quello contro le restrizioni che gravano sull’economia del regime non è l’unico attacco ai “guerrafondai” statunitensi e sudcoreani.
La dirigenza coglie infine l’occasione di attaccare le accuse per la violazione dei diritti umani mosse contro il regime, che potrebbero costare a esponenti di Pyongyang (forse allo stesso Kim Jong Un) il deferimento al Tribunale penale internazionale. Respingiamo le accuse, ha replicato il regime all’ipotesi che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si possa muovere in tal senso, dopo che un rapporto ha paragonato le violazioni e le atrocità compiute in Corea del Nord a quelle di epoca nazista.

di Andrea Pira