“Quando sono arrivato a Lampedusa ho sentito tutta la negatività ed era più forte della bellezza dell’isola. I lampedusani non ne potevano più di giornalisti che venivano, stavano due o tre giorni e poi se ne andavano. Così con la mia macchina fotografica non professionale ho iniziato ad andare in giro in bicicletta, parlando siciliano con il mio strano accento tedesco e giorno dopo giorno sono riuscito a guadagnarmi la simpatia degli abitanti”.
L’obiettivo era quello di raccontare la Lampedusa delle origini, dal punto di vista della terra e della gente, quando ancora il “fenomeno migranti in fuga” era un miraggio e Lampedusa non era associata solo a tragici eventi.

E’ così che Calogero Cammalleri, realizzando il suo progetto fotografico ‘Lipadusa’ (edizioni Fabrica) si è mosso per oltre un anno di scatti, cercando di superare la diffidenza della gente e la mancanza di disponibilità al dialogo. “L’idea del fotoprogetto è nata verso la fine di ottobre del 2013 dopo che era accaduta da qualche settimana la tragedia al largo di Lampedusa”, spiega Calogero. Quando cioè un barcone salpato da Misurata, sulla costa libica, naufragò provocando la morte di oltre 366 persone tra cui donne e bambini. “Tutti stavano raccontando il fatto dal punto di vista dei migranti ma io ho voluto esplorare il punto di vista degli abitanti e del territorio per restituire a Lampedusa il suo carattere interiore e quella bellezza che si stava pian piano affievolendo”.

Un progetto pensato mentre Calogero stava partecipando alla realizzazione di Sciabica, una piattaforma digitale realizzata dal centro di ricerca sulla comunicazione di Benetton Group che serviva raccontare le storie di migranti e lampedusani nei giorni successivi al boato della tragedia, quando i riflettori dei media sull’isola si erano ormai spenti ma l’emergenza continuava in tutta la sua drammaticità. In quel progetto si raccontavano le storie, i tanti perché avessero portato i migranti a scegliere proprio Lampedusa come punto d’approdo per la loro fuga. Un meccanismo che affascina così tanto Calogero che allo stesso tempo pensa come sarebbe stata una piattaforma come Sciabica sfruttata diversamente; raccontando cioè il punto di vista dei lampedusani e le loro di storie.

“Il mio vissuto – racconta Calogero- mi faceva sentire molto vicino a quelle persone che avevano lasciato la loro terra in cerca di un futuro migliore. Ero anch’io un migrante, un siciliano trapiantato in Germania all’età di tre anni e ora di nuovo in Italia. Per questo parlando con Enrico Bossan, il responsabile dell’area Editorial di Fabrica, abbiamo iniziato a pensare a un nuovo progetto fotografico su Lampedusa, su come sarebbe stato bello se un migrante di ritorno come me avesse provato a raccontare quest’isola per quello che è al di là della migrazione, nella sua quotidianità, nei mesi in cui nessuno ne parla”.

Raccontare per esempio che essere un bambino a Lampedusa è diverso che esserlo da tante altre parti perché in giro ci sono poche auto e poca delinquenza; che in città c’è solo il liceo scientifico e chi vuole fare una scelta diversa deve trasferirsi; che anche se la sanità ha gravi pecche lo Stato è comunque presente nell’isola con le sue divise. Contraddizioni che Calogero raccoglie in ‘Lipadusa’ lasciando al lettore la curiosità e il compito di approfondire per capire meglio i suoi scatti. Un libro di ricerca – sostenuto dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati – ma anche una mostra visitabile fino all’8 marzo prossimo al museo civico di Castelbuono (Pa) che slega per la prima volta Lampedusa dai temi drammatici della migrazione a cui viene quasi sempre associata.

“Siamo tutti abituati a conoscere di Lampedusa solo l’aspetto legato alla migrazione, al centro di accoglienza, a problemi e negatività. Ma l’isola è altro: è la bellezza delle cose essenziali e io ho voluto farle un ritratto che restituisse la sua bellezza, un pregio di cui la cronaca non parla mai”.