Da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi, passando per Mario Monti e Enrico Letta. Quattro esecutivi in due legislature segnate dalla recessione, dal crollo dei consumi e dall’impennata della disoccupazione. E’ lo scenario con cui, tra mille difficoltà, ha dovuto fare i conti “Il governo al tempo della crisi”, titolo e fotografia dell’ultimo minidossier messo a punto dall’associazione Openpolis, che ha passato in rassegna agenda, numeri e composizione delle squadre degli ultimi quattro presidenti del Consiglio. Ricavandone molti elementi curiosi.

LARGO AI GIOVANI  Il primo banco di prova è stato, per tutti, la formazione dei rispettivi governi. «La cui composizione è stata utilizzata in tutti e quattro i casi analizzati per dare un messaggio chiaro di discontinuità con il passato», si legge nel rapporto. Il primo dato che salta agli occhi è quello della consistenza numerica. Dai 68 componenti (25 ministri, 5 vice ministri e 38 sottosegretari) dell’ultimo governo Berlusconi, si è scesi ai 48 (19, 2, 27) dell’esecutivo Monti, per poi salire di nuovo a 63 (22,9, 32) con Letta e assestarsi a 61 (16, 9, 36) con la squadra allestita da Renzi. In totale 240 tra ministri, vice e sottosegretari si sono dati il cambio ai vertici dei palazzi del governo. Quanto alle differenze di genere, solo Renzi, al momento del suo insediamento, ha suddiviso equamente le 16 poltrone ministeriali della sua squadra: 8 uomini e 8 donne. Azzerando però la presenza rosa tra i viceministri (9, tutti uomini) e abbassandola al 25% tra i sottosegretari (27 uomini e 9 donne). Certamente meglio dei suoi predecessori. Da Berlusconi (19 ministri, 5 vice e 32 sottosegretari uomini; 6 ministri, zero vice e 2 sottosegretari donne), a Monti (16 ministri, 2 vice e 24 sottosegretari uomini; 3 ministri, zero vice e 3 sottosegretari donne) passando per Letta (15 ministri, 8 vice e 24 sottosegretari uomini; 7 ministri 1 vice e 8 sottosegretari donne). In totale, nei quattro governi, si sono avvicendati 82 ministri (58 uomini e 24 donne), 25 vice ministri (24 uomini e 1 donna) e 133 sottosegretari (111 uomini e 22 donne). Anche sul fronte delle deleghe, l’esecutivo Renzi si conferma il più rosa. Con 5 ministeri con portafoglio affidati a ministri donna: Esteri (Federica Mogherini, poi nominata eurocommissario e sostituita da Paolo Gentiloni), Difesa (Roberta Pinotti), Istruzione (Stefania Giannini), Salute (Beatrice Lorenzin) e Sviluppo economico (Federica Guidi). E 3 ministeri senza portafoglio: Riforme (Maria Elena Boschi), Pubblica amministrazione (Marianna Madia) e Affari Regionali (Maria Carmela Lanzetta, dimessa). Altro record stabilito da Renzi è quello del governo più giovane. Con un’età media di 48 anni la sua squadra precede quelle di Berlusconi (52 anni) e di Letta (53). Tutti e tre gli esecutivi si collocano comunque al di sotto della media dei governi italiani (56 anni). Ad eccezione dell’esecutivo Monti, che con i suoi 64 anni di media la oltrepassa largamente. Quanto ai ministri under 40, Renzi eguaglia Berlusconi (3-3), battendo Letta (solo 1) e Monti (zero).

QUESTIONE DI FIDUCIA  Sul fronte delle maggioranze parlamentari che hanno sostenuto e sostengono i governi delle ultime due legislature «è iniziata una riconfigurazione delle forze politiche e dei partiti protagonisti della II Repubblica che è tutt’ora in corso», spiega il dossier di Openpolis. Una «instabilità», insomma, che ha avuto «ripercussioni sulla vita del governo». Da un lato «causando la caduta del Berlusconi IV» dall’altro impedendo a tutte le forze in campo «di avere una propria maggioranza parlamentare». Risultato: «E’ iniziata la stagione delle larghe intese». L’alleanza tra Pdl e Lega è stata, del resto, l’ultima maggioranza omogenea a sorreggere un esecutivo (Berlusconi IV). Il quadro è cambiato radicalmente a partire dal governo Monti (sostenuto da Pdl, Pd, Udc e Fli). Una sorta di Grosse Koalition ripetutasi con Letta (Pd, Scelta civica, Udc e Pdl) e Renzi (Pd, Scelta civica e Nuovo centrodestra). Sul fronte della fiducia, quello del professore è stato il governo votato, al momento dell’insediamento, dal più ampio numero di parlamentari: 556 deputati e 281 senatori. Seguito da Letta (453 e 233), Renzi (378 e 169) e Berlusconi (335 e 173). Con la piccola notazione che il Cavaliere ottenne 4 voti in più dell’attuale premier al Senato. Quanto agli incarichi di governo e sottogoverno, con tre presenze in quattro esecutivi, guidano la classifica Angelino Alfano (Ncd) alla Giustizia con Berlusconi, poi vice premier e agli Interni con Letta e infine ancora al Viminale con Renzi; Luigi Casero (Ncd) sottosegretario all’Economia con Berlusconi e Letta e vice ministro, sempre all’Economia, con Renzi; Claudio De Vincenti (Pd) sottosegretario allo Sviluppo economico con Monti, Letta e Renzi. Se quello guidato da Monti è stato il governo più tecnico (con 13 ministeri affidati ad esperti non politici), l’esecutivo Berlusconi si pone sull’altro estremo del confronto: un solo tecnico (Fazio alla Salute). In mezzo, alla pari con tre tecnici a testa, Letta (Saccomanni all’Economia, Cancellieri alla Giustizia e Giovannini al Lavoro) e Renzi (Padoan all’Economia, Guidi allo Sviluppo economico e Poletti alle Politiche sociali).

GOVERNO VERSUS PARLAMENTO Le larghe intese, giustificate dalla congiuntura emergenziale che ha segnato le ultime due legislature, hanno consegnato progressivamente al governo una centralità sempre più ampia e marcata. Di fatto si è assistito alla «ridefinizione dei rapporti fra istituzioni, forzando non poco l’equilibrio sancito dalla Costituzione». Una circostanza, sottolinea il dossier di Openpolis, che si documenta principalmente sul piano della produzione legislativa. Con «l’80% delle leggi di iniziativa governativa e solo il 20% di iniziativa parlamentare» nel periodo preso in esame. Non solo: se «oltre il 30% di tutte le proposte del governo diventa legge» quelle del Parlamento «non raggiungono neppure un misero 1%». In particolare, il 33,74% delle proposte presentate dall’ultimo governo Berlusconi è diventato legge, il 33,62% con Monti, il 32,32% con Letta e il 23,31% con Renzi. Se poi l’iniziativa è dell’esecutivo, ci vogliono mediamente 112 giorni perché il provvedimento veda la luce. Mentre se la proposta arriva dalle Camere la media del procedimento sale a 337 giorni, praticamente il triplo. Un risultato che il governo è riuscito ad ottenere ricorrendo «sempre maggiormente» allo strumento del voto di fiducia, diventato di fatto un «metodo consolidato per compattare la maggioranza e restringere il dibattito d’Aula». Il rapporto fra leggi approvate e fiducie richieste «ha raggiunto nuove vette con gli esecutivi Monti e Renzi, entrambi intorno al 45%». In valori assoluti, la fiducia è stata chiesta 45 volte (con un’incidenza del 16,42%) con il governo Berlusconi, 51 (45,13%) con Monti, 10 (27,78%) con Letta e, finora, 30 (44,78%) con Renzi premier. Poi c’è la questione degli atti di controllo parlamentare (interrogazioni e interpellanze) sull’attività del governo. Ma solo il 35,12% dei quesiti proposti da deputati e senatori (22.477 su 64.005), se si considerano gli ultimi quattro esecutivi, ha trovato risposta. Una percentuale che crolla addirittura al 24,72% con il governo Renzi (39,33% con Berlusconi, 29,33% con Monti e 40,37% con Letta). Resta una domanda. «Di che si occupa il Parlamento?», si chiede Openpolis nel suo dossier. La conclusione fotografa un’agenda parlamentare «fortemente influenzata» da quella del governo. «Esecutivo dopo esecutivo le priorità imposte dal premier hanno notevolmente marcato il calendario dei lavori di Camera e Senato».