La rivincita delle piccole. Dell’Empoli e del Cesena, 47mila e 95mila abitanti appena, le piazze più minute della Serie A (proprio come il Carpi, che Lotito non vorrebbe vedere nella massima serie). E del Parma, squadra praticamente già retrocessa, sull’orlo (e forse oltre) del fallimento, con gli stipendi non pagati e ad un passo dalla messa in mora. Fermano Juventus e Roma, le prime della classe, e il Milan, grande decaduta ma pur sempre grande.

Il calcio a volte sa essere davvero romantico. Tre risultati clamorosi, tre pareggi nei più classici dei testa-coda, arrivano proprio al termine di una settimana di polemiche infinite per l’intercettazione in cui Claudio Lotito parla con disprezzo delle piccole realtà che nuocerebbero al sistema calcio italiano. In realtà l’Empoli di Maurizio Sarri non è più una sorpresa (e neanche il Milan di Pippo Inzaghi, seppur in negativo: appena una vittoria nelle ultime cinque partite). Ma davvero i match dell’Olimpico e del Manuzzi hanno stupito tutti. Il Cesena è lontano sette punti dalla salvezza e per cinque mesi tra agosto e gennaio è rimasto a secco di successi. Il Parma per quella che è l’attuale situazione societaria oggi come oggi metterebbe la firma per poter disputare l’anno prossimo il torneo cadetto, piuttosto che ripartire da qualche categoria minore. Ma per novanta minuti gregari del pallone come Djuric e Brienza, giocatori che non percepiscono lo stipendio da mesi hanno fermato i campioni. Grazie anche (altra indicazione importante della giornata) alla crisi sempre più profonda della Roma, e all’evidente svagatezza della Juventus (atteggiamento imperdonabile per chi è campione d’Italia, Allegri dovrà redarguire i suoi alla vigilia della ripresa della Champions).

È il campo che si ribella e lancia un messaggio ai suoi padroni, insomma. Ma il giusto sdegno per le parole di Lotito e le prestazioni commoventi del turno di campionato non devono far dimenticare il senso di un ragionamento più complesso: oggi il calcio italiano non ha più la qualità per permettersi una Serie A a 20 squadre, sempre più livellata verso il basso, a causa della crisi delle grandi ma anche della presenza di formazioni non sempre all’altezza della categoria. Per non parlare di quella follia che è la Serie B a 22 squadre, eredità di pasticci burocratici a cui la Lega ancora non è riuscita a porre rimedio. Lotito lo ha detto male, ma tutti sanno che la riforma dei campionati è una necessità non più derogabile per il nostro calcio. E se le cose non cambiano l’Italia scivolerà sempre più indietro nelle gerarchie del pallone continentale: perché ormai qualità del prodotto, business e livello sportivo vanno di pari passo nel calcio moderno. Poi bisognerà trovare anche un sistema (magari con una ripartizione più democratica dei proventi televisivi che permetta alle realtà minori di non essere semplici pedine delle manovre dei grandi. Ma questa è una delle massime questioni delle scienze sociali, non solo dello sport.

Piuttosto la domenica di campionato ribadisce un’altra verità. Fermo restando che di conversazione privata si trattava (e in privato si dicono cose e si usano toni che pubblicamente non si avrebbero): nei confronti dei più piccoli, di chi scende in campo e per novanta minuti dà tutto e anche di più, il potere arrogante dovrebbe avere sempre rispetto. Perché nel calcio più che in ogni altra disciplina nessuna squadra parte sconfitta e tutto può succedere. Ed è questo che in fondo rende unico il pallone, e spinge le pay-tv a sborsare quei miliardi che stanno tanto a cuore a Lotito e al sistema.

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