In questi ultimi anni si parla molto dei debiti che la Grecia ha verso altri paesi europei. Questa insistenza sui guai economici del paese ellenico (certo frutto anche di una classe dirigente greca che non ha saputo dare al paese un’economia sana e poco corrotta) mi mette personalmente in grande imbarazzo. Il motivo è semplice. Io, come scrittore e come amante della musica, sento di avere un grande debito verso la Grecia. Tantissimi anni fa, quando avevo diciassette anni, ho incontrato per la prima volta la poesia di Kostantinos Kavafis e di Giorgos Seferis. Alcuni dei viaggi che ho fatto nel Mediterraneo subito dopo il servizio militare erano spinti dalle poesie di questi due grandi poeti. Il primo visse ad Alessandria d’Egitto nella seconda metà dell’Ottocento, una vera città cosmopolita, e dopo la morte fu considerato uno dei più grandi poeti del Novecento. Il secondo fu un diplomatico e insignito nel 1967 del premio Nobel.

Entrambi disegnarono il mio Mediterraneo, per esempio la scoperta di Santorini la devo a Seferis e non certo alle feste giovanili sulle spiagge di questa magnifica isola. A metà degli anni Ottanta la Grecia è arrivata con grande forza anche nella musica israeliana. La persona che ha reso Giorgos Dalaras e Haris Alexiou parte integrante della musica del mio paese, traducento molte delle loro canzoni, è Yehuda Poliker, figlio di una famiglia ebraica di Salonicco, sopravissuta alla follia nazista di deportare anche gli ebrei greci nei campi della morte.

Nel disco “Cenere e polvere” Yehuda Poliker ha unito i ritmi vitali, così mediterranei della musica della sua casa natale, alla tragedia della Shoah. Insieme al suo paroliere, Yaakov Gilad, anch’egli figlio di sopravissuti di Treblinka, ha creato questo capolavoro musicale. In realtà questi due artisti non hanno portato solo la musica greca all’attenzione della cultura israeliana, ma sono stati i primi a raccontare agli israeliani che la Shoah non è stata solo una tragedia consumata a Varsavia, Berlino, Vienna, ma anche in Grecia, anche a Salonicco, che aveva una comunità ebraica grande e importante.

Dopo il disco è uscito anche il documentario “A causa di quella guerra”, nel quale Poliker e Gilad hanno raccontato la propria vita all’ombra della tragedia che aveva colpito le loro famiglie. Sia il disco che l’opera cinematografica hanno avuto ampia diffusione nelle scuole israeliane.

Non vorrei dare l’impressione che questo grande musicista si sia limitato solo al lato tragico e autobiografico. I suoi dischi sono pieni di musica allegra, di canzoni che riescono a conciliare le parole ebraiche con i suoni greci. Il buzuki ha un ruolo dominante, la chitarra diventa secondaria nelle mani di Yehuda Poliker.

Nel 2006, come sanno tanti lettori italiani, David Grossman ha perso suo figlio Uri nella guerra contro Hezbollah. Alcuni anni dopo ha scritto le parole di una canzone dedicata alla morte del figlio, dal titolo “È così corta qui la primavera”. Le parole del grande romanziere israeliano parlano della breve vita stroncata, del regalo dato e subito sottratto, parole consegnate da Grossman a Poliker per essere da lui musicate. Il risultato è sorprendente. Per questo testo che racconta la perdita di un figlio, Poliker ha scelto una musica piena di allegria. Grossman ha approvato questa scelta ed è venuta fuori una canzone israeliana e greca insieme. Se c’è un modello culturale, gastronomico, musicale a cui Israele – che non è Europa e nemmeno un paese mediorientale classico – si dovrebbe ispirare, è quello greco, cioè della cultura greca contemporanea, quella del XX secolo.

Io non so se Angela Merkel nel suo tempo libero legge Kostantinos Kavafis. Forse farebbe bene, il nuovo ministro greco, prima di incontrare la cancelliera così intransigente verso il debito greco, farle leggere l’unica poesia di Kavafis che ha un titolo italiano, “Che fece… il gran rifiuto” (così nell’originale): “Chi rifiuta non si pente. Se glielo richiedessero, “no” pronuncerebbe di nuovo. Eppure quel no – quel no giusto – lo annienta per tutta la vita”.