Autore: Belle & Sebastian
Album: Girls in Peacetime Want to Dance
Proveniente: Scozia

“Lying on my bed I was reading French / With the light too bright for my senses / From this hiding place, life was way too much / It was loud and rough the edges”. Tutta la poetica dei Belle & Sebastian è racchiusa in questi primi versi di “Nobody’s Empire”, canzone di apertura del nuovo lavoro in studio della band scozzese: “Girls in Peacetime Want to Dance”. Stuart Murdoch, inoltre, per la prima volta scrive un testo profondamente personale – parlando della sindrome da affaticamento cronico da cui è affetto – ma nelle prime strofe di “Nobody’s Empire” si ritrovano anche la dimensione (stanza) e condizione (lettura) ideale, oltre che l’eccellente tocco fotografico tipico di Murdoch.

Tornano alla mente i primi Belle & Sebastian, quelli che riuscivano a tessere melodie irresistibili nella loro semplicità estrema, ed insieme alla voce delicata e fragile di Murdoch creavano un mondo sospeso in una eterna adolescenza. Dentro quelle quattro mura c’era un universo di emozioni che si sprigionava in un esplosione di canzoni dal colore pastello, perfette per ogni adolescente perennemente ripiegato su se stesso. “Girls in Peacetime Want to Dance” è un disco che, eccezion fatta per “Ever Had a Little Faith” e la già citata “Nobody’s Empire”, abbandona il quadretto idilliaco tipico dei Belle & Sebastian – creato con chitarre e fiati delicati – per gettarsi senza paura in ambiti completamente diversi. “Le ragazze in tempo di pace vogliono ballare” e la stanza naïf, un tempo punto di partenza per fughe da fermo diventa adesso una pista da ballo: il singolo “The Party Line” da vita ad uno sbalzo spazio-temporale notevole, siamo in ambito dance con innesti dagli anni ottanta e conseguenti arrangiamenti altamente chic.

I Belle & Sebastian non sono nuovi ad immersioni in questo ambito, il loro primo lavoro “Tigermilk” (1996) conteneva “Electronic Renaissance”, quest’ultima però sembrava davvero un piccolo tentativo di sperimentare e giocare con i suoni, mentre “The Party Line” non è un gioco sperimentale, è un brano dove c’è la piena consapevolezza di ciò che si vuole creare. La virata continua con “Enter Sylvia Plath”, “The Power Of Three” e “Play For Today”, mentre “Perfect Couple” aggiunge un tocco di funk. Le liriche sono forse il punto più fermo, quello che ricongiunge la band con tutta la sua storia. I testi sono personali anche quando accennano a temi politici: “When there’s bombs in the Middle East / You want to hurt yourself / When there’s knives in the city streets / You want to end yourself”. Solo in “The Cat with the Cream” – altro brano che riporta alla memoria le sonorità dei primi Belle & Sebastian – per un istante Murdoch sposta il punto di osservazione passando dall’ “io” al “noi” (“Everybody bet and in the government trusted”).

“Girls in Peacetime Want to Dance” non è un album che verrà digerito con facilità da chi si aspettava un nuovo acquerello dalla band scozzese; bisogna comunque ammettere che il passaggio verso un nuovo orizzonte è graduale: si è cercato di bilanciare l’album alternando composizioni con nuovo stile a quelle più tradizionali. Murdoch e i suoi hanno voluto rischiare, forse perché consapevoli che non si può restare ancorati ad un’eterna adolescenza, il cambiamento è necessario ed indispensabile. Ci vorranno comunque molti ascolti prima di ammettere che forse la trasformazione ha funzionato.