Si è chiusa con un fallimento una storia durata oltre 100 anni, dopo una lunga agonia. Parliamo della Rdb, azienda che per oltre un secolo (dal 1908) è stata leader nei sistemi costruttivi e componenti per l’edilizia e ora circa 444 lavoratori in tutta Italia restano con il fiato in sospeso. Alla fine i giudici Marina Marchetti, Maurizio Boselli e Giuseppe Bersani si sono pronunciati sulla vertenza, disponendo il fallimento della storica società che ha sede in via dell’Edilizia a Pontenure, in provincia di Piacenza. Già disposti anche i curatori fallimentari, che saranno Michele Guidotti e Andrea Loranzi, chiamati a cercare di salvare il salvabile. Prima di tutto il posto di lavoro delle centinaia di dipendenti e poi le commesse sulle quali la ditta era all’opera e che potrebbero far rientrare capitali freschi, utili almeno a sanare qualche buco di bilancio.

Si era sperato fino all’ultimo in un salvataggio in extremis, soprattutto dopo che era arrivato l’interessamento d’acquisto, poi bocciato dai giudici, da parte della Claudio Salini di Roma. Un progetto che nei giorni scorsi aveva aperto uno spiraglio, a seguito dell’assemblea tra sindacati e lavoratori che avevano aderito al piano di rilancio “lacrime e sangue” del nuovo Gruppo, che però si è risolto con un nulla di fatto. E le reazioni non sono certo mancate. A farsi sentire, in modo molto duro, sono stati i sindacati.

“Siamo di fronte al fallimento trasversale della classe dirigente di questa città”. Non ha usato mezzi termini il segretario provinciale della Cgil, Gianluca Zilocchi: “La preoccupazione è che ci sia qualcuno che non aspettasse altro che il fallimento per prendere le briciole di quel che era un’azienda dal valore quantomeno europeo, a prezzi stracciati”. E ancora, “è assurdo dire, come ha fatto qualcuno, che le imprese andrebbero chiuse nei momenti di difficoltà. A dirlo sono gli stessi soggetti che non hanno messo in campo nulla per salvare Rdb. Qui assistiamo a un’assenza della classe imprenditoriale piacentina. Un marchio di valore europeo, patrimonio della comunità e nessun imprenditore si è mosso per salvarlo. E’ un fatto gravissimo”.

Dello stesso avviso Paolo Carrera della Filca Cisl: “Sono arrabbiatissimo, perché sono sicuro che in questo momento qualcuno si frega le mani, perché se siamo arrivati in questa situazione qualcuno ci ha messo del suo affinché avvenisse.Vedere un’azienda modello in Europa ridotta così fa male, visto che tutti ci hanno marciato e sempre sulla pelle dei lavoratori, calpestando la loro dignità. E’ assurdo e infame”.

Ma c’è anche chi, come il presidente provinciale di Confindustria – in controtendenza – ha esortato tutti a guardare avanti: “E’ doloroso che la Rdb finisca la sua storia, però c’è qualcuno che non si è accorto che abbiamo avuto la più profonda crisi nell’edilizia che sia mai avvenuta in questo paese. Ma non abbiamo sensi di colpa. Le aziende nascono, vivono e muoiono. Il fatto di tenere in vita una ditta che non aveva più dietro una realtà industriale adeguata è costato moltissimo, sbagliando. Negli ultimi tempi è stata sostenuta senza che ci fossero le condizioni – ha aggiunto – tenendo conto persino di offerte di acquisto di soli 250mila euro. E questo è costato a tutti quanti, fino a quando il tribunale ha preso, a mio avviso, la decisione giusta”.

Quel che resta dopo il fallimento della Rdb nel Piacentino, almeno nel settore dell’edilizia, è il deserto. Sono 67 i lavoratori impiegati alla Valmontana di Monticelli e 36 nella sede di Pontenure, dopo l’ultimo grande esodo della fine dell’anno, oltre agli altri sparsi per il paese. Si tratta, per la maggior parte, di 50enni che, per di più, avevano già perso un anno di mobilità visto che tenevano in pugno la promessa di riassunzione da parte del nuovo acquirente – Paolo Marini di Geve, sfilatosi nelle ultime settimane dall’accordo – e che rischiano di non vedersi accordati gli ammortizzatori sociali. Unica flebile speranza, per non disperdere il valore del marchio, rimane la disposizione dei giudici dell’esercizio provvisorio dell’azienda fino al 12 marzo.