E’ morto Livio Garzanti. Uno dei più importanti editori italiani del ‘900 è venuto a mancare all’età di 93 anni tra giovedì e venerdì nella clinica milanese dove era ricoverato. A lui si devono memorabili e storiche intuizioni a livello editoriale italiano, come la pubblicazione di Ragazzi di vita – l’esordio di Pier Paolo Pasolini nel 1955 -, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, scritto da Carlo Emilio Gadda nel 1957, e Memoriale del poeta Paolo Volponi nel 1961. Nel 1952 Livio ereditò dal padre Aldo la casa editrice sorta tra il 1936 e il ‘39 sulle ceneri delle edizioni Treves, storica casa editrice ottocentesca di tradizione monarchica, costretta a chiudere per via delle legge razziali. Nel 1961 Livio divenne definitivamente presidente della Garzanti e rimase in carica fino agli anni della crisi: nel 1995 Utet ne ha rilevato il 51% del capitale sociale e il rimanente è finito in mano alle Messaggerie italiane, anche se il marchio è rimasto di proprietà dei Garzanti. Ma è il lasso di tempo tra il 1952 e metà anni sessanta, proprio gli anni in cui Livio Garzanti ne prende le redini, che la casa editrice milanese vive i suoi “anni d’oro”. I romanzi di Pasolini, Gadda, Volponi, ma anche Il Prete bello di Goffredo Parise, e soprattutto, dopo essersi dotati di stamperie proprie, i primi dizionari Garzanti anche in lingua francese e inglese, e le Garzantine – piccoli compendi su singole tematiche culturali – che ebbero grande successo commerciale.

Il rapporto tra Livio Garzanti e Pier Paolo Pasolini rimane uno degli aspetti storico-politici della letteratura italiana più interessanti del secolo. Un libro, l’esordio del poeta di Casarsa, che finì anche in tribunale nel 1956 per il reato di oscenità. Processo in cui testimoniarono a favore di Pasolini diversi critici letterati, tra cui Carlo Bo, e perfino il poeta Ungaretti. La travagliata genesi di quel romanzo è stata raccontata nella sua recente ristampa del 2006 grazie agli studi di Silvia De Laude. “Sono vissuto in una specie di incubo e ancora non ne sono del tutto fuori”, spiegava Pasolini all’amico Vittorio Sereni nel 1955. “Garzanti all’ultimo momento è stato preso da scrupoli moralistici e si è smontato – spiegava il poeta – Così mi trovo con delle bozze morte fra le mani, da correggere e da castrare. Una vera disperazione, credo di non essermi trovato mai in un più brutto frangente letterario”. La censura “garzantiana” rispetto a linguaggio e turpiloquio segue all’ “autocensura imposta” che Pasolini pare si diede dopo aver capito che l’editore milanese Ragazzi di vita non l’avrebbe pubblicato. “Quanto alle parolacce, come vede, ho fatto molto uso di puntini: potrei farne (naturalmente a malincuore) ancora di più, se Lei lo credesse opportuno”, scriveva Pasolini nell’aprile 1955. Poi ancora qualche mese dopo: “Ho attenuato gli episodi più spinti (Nadia a Ostia, ecc.: ma non quello del “frocio”, per consiglio di tutti gli amici, oltre che per intima convinzione), ho sfrondato notevolmente (…), ho tolto “Il Dio C…” (…). È un errore credere che il romanzo vada molto ridotto (oltre le ragionevoli riduzioni che vi ho apportato), perché importa in modo determinante proprio la sua complessione massiccia e ossessiva”. Pasolini finì comunque per definire l’editore Garzanti “vergognosamente ingeneroso”.

Altro capolavoro, altro doloroso parto romanzesco. Qui più per limiti di salute e psicologici dell’autore, Gadda, che dell’editore. Quer pasticciaccio brutto de via Merulana va in libreria nel 1957, ma come scopriamo dalle lettere scambiate dall’autore con Pietro Citati, consulente di Livio Garzanti dal 1956 e per almeno un decennio, per l’autore milanese fu un lavoro complesso e delicato, nonostante la cifra che Garzanti gli diede per concludere il libro lasciato a metà: 800mila lire dell’epoca. “Io, sovente, lo torturavo approfittando della sua singolare psiche”, ha raccontato recentemente Garzanti riferendosi a Gadda. “Mi ha aspettato molte volte in doppiopetto blu sugli scalini della sede Garzanti di Roma, mi omaggiava odiandomi, sempre con un leggero inchino”. Difficile anche il rapporto con Pasolini: “Non c’era tra noi confidenza. Mi lasciò per andare da Einaudi perché avevo pubblicato un autore da lui detestato, che poi vinse lo Strega. Mi colpì profondamente la nostra ultima passeggiata notturna, le confidenze che mi fece; tutti però temevano qualcosa, a causa degli ambienti che frequentava. Pasolini era un grande, possedeva il dono, il sentore, la grazia della raffinatezza letteraria”.