Non sono certo la musica che non regala irresistibili emozioni o i testi prudentemente omologati all’occasione. Non sono neppure le esibizioni canore che si consumano senza particolari brividi o gli ospiti riparati sotto il comune ombrello de “la prima volta”. Di Charlize, di Conchita Wurst e di chiunque altro. E allora, dimmelo tu cos’è. “E’ tutto questo insieme”, sostiene Domenico De Masi, sociologo attento ai significati e alle implicazioni che muovono gli italici costumi che non s’è perso un’edizione del Festival da 37 anni a questa parte. E neppure le prime due serate.

“Se vuoi capire il Paese c’è poco da fare, lo devi guardare”, rivendica. I numeri, del resto, impongono di tentare un discorso “alto” sulla kermesse popolare, al di là di ogni sufficienza. E’ quasi un dovere civico, visto quel 49% di share registrato nelle prime due serate che sta a dire che c’è più gente che guarda Sanremo di quella che si reca alle urne. Magari molti non lo ammettono, e tuttavia sono tutti lì, incollati al divano. E infatti a 65 anni suonati, si mettano in pace i detrattori, Sanremo gode di ottima salute mentre il Paese naufraga nelle incertezze, l’Europa è percorsa da venti di guerra, i migranti muoiano nelle stesse acque che fanno da sfondo al Festival.

In questo mare, di fatto, un italiano su due si aggrappa come e più di prima alla scialuppa del rito popolare che nel pretesto di celebrare la canzone italiana regala qualche ora di distrazione di massa. Mini-fenomenologia di Sanremo, dunque. “Non sottovalutate Sanremo”, avverte De Masi. “E’ l’ultimo baluardo di una cultura nazional-popolare che in Italia esiste e resiste, nonostante l’incapacità degli intellettuali e dei giornalisti come lei a codificarla e assegnarle il giusto posto nel pantheon delle cose che contano. Ecco perché a tanti appare bizzarro”.

Come spiega questa affezione di pubblico mentre la tv generalista collassa?
“Semplice, la cultura popolare non è quella della classe egemone che cerca tuttavia di egemonizzarla senza sporcarsi le mani e dunque, fatalmente, non riesce. Sanremo è un potente rito liberatorio. E’ un circuito chiuso in cui lei e pochi altri non entrano. E’ la cultura che fa Pippo Baudo e che mia madre consuma. Tra loro si capiscono benissimo. Siamo noi intellettuali a non capire”.

Ma è un’evasione di massa dalla condizione del Paese?
“Guardi è semplice. La cultura popolare è estranea a quella delle élite. Noi discutiamo dell’Ucraina e quelli dell’amore perduto. Noi parliamo dei barconi che si rovesciano e loro di invidie e tradimenti. La forza di questa cultura è che dà spazio a sentimenti eterni, che poi sono sette o otto, come le note musicali. La cultura dominante vive invece della contingenza e per questo non è eterna. E le dirò di più: al di là delle critiche, questa edizione ha avuto un così vasto pubblico proprio perché non si è fatta ammaliare dalle sirene dell’attualità. A Sanremo l’attualità entra solo di striscio e quando succede, penso a un Benigni che sfotte Berlusconi, appare sempre come una smagliatura”.

Detta così sembra che Sanremo sia la costante e il mondo intorno la variabile…
“Se ci pensa bene è proprio così. La cultura nazional popolare vive di sentimenti semplici e duraturi. Non richiede neppure adesioni ideologiche. Ti metti li e guardi, ascolti. E’ una serata in cui finalmente si può parlare di fatti eterni. Tutto può cambiare, non quello”.

Ma c’è qualcosa di anomalo se abbiamo più spettatori di Sanremo che votanti, non crede?
“In realtà è normale. Mi spiego, i fatti e i protagonisti della politica sono lontanissimi dalla cultura nazional popolare. Magari ne vestono i panni ma è solo teatro, un fatto estetico. In realtà navigano a vista e non sanno né possono promettere quello che la gente comune vuole sentire e cioè fatti eterni. Il loro insuccesso attuale, per cui non prendono voti e non hanno seguito, è dovuto al fatto che non sanno fare un discorso fuori dalla contingenza del periodo e del momento. Non fanno mai un discorso come l’avrebbero fatto Montesquieu o Adam Smith. E la differenza che segnala la distanza dal popolo (di Sanremo, ndr) è che loro navigano a vista, se lo facesse il popolo si sparerebbe domani”.

Sanremo, arte del non cambiar nulla?
“In realtà alcune cose cambiano. A prima vista non sembra, ma se torno alla prima edizione che ho visto le tre canzoni finaliste erano Vecchio scarpone, Son tutte belle le mamme del mondo e Papaveri e papere di Nilla Pizzi. Non senti la differenza con le tre finaliste dell’anno scorso? Non trovi incredibile che una canzone di ieri sera parlasse di preservativi, pensi che 37 anni fa una canzone avrebbe potuto parlarne, sotto Pio XII ancora imperante?”.

Da aficionado, ha notato altri segni di vitalità?
“Non trovo irrilevante che per la prima volta si sia esibito un cantante rapper. Certo, a leggere il testo non è provocatorio e caustico come quelli dei 99 posse. Ma non poteva essere altrimenti. Perché c’è un’altra regola dietro l’eternità di Sanremo che è quella di contenere, miscelate, diluire con maestria ciò che può risultare eccessivamente nuovo ed estraneo alla cultura popolare. Del resto il popolo è stato educato dalla classe dominante a smussare le intemperanze, altrimenti dovrebbe gambizzarci tutti. Per questo corre a sintonizzarsi su Sanremo”.