Australia campione d’Asia. Per la prima e forse l’ultima volta. Perché i Socceroos non sono più molto graditi nel mondo del pallone asiatico: dopo la vittoria recente nel torneo continentale, le nazioni del Golfo stanno organizzando una cordata con l’obiettivo di rispedire l’Australia in Oceania, il continente a cui appartiene geograficamente ma non più calcisticamente. A capeggiarla è proprio il presidente della Confederazione asiatica, lo sceicco Salman Bin Ibrahim Al-Khalifa. “Quando l’Australia è entrata nella Confederazione asiatica io non ero ancora presidente (nel 2013 ha preso il posto del cinese Zhang Jilong, nda)”, ha dichiarato l’emiro. “Oggi è evidente che ci sia un desiderio comune fra i Paesi dell’Asia occidentale di espellere l’Australia. Ma so che gli Arabi non sono gli unici a credere che la sua presenza in Asia non sia sostenibile”.

L’Australia, infatti, ha cambiato confederazione nel 2007, quando la Fifa ha accettato la sua richiesta di trasferimento dall’Oceania all’Asia. Nel suo continente di appartenenza, infatti, i Socceroos non avevano rivali all’altezza: ogni anno disputavano inutili partite contro nazionali di piccoli arcipelaghi, vinte con goleade imbarazzanti (come ad esempio Australia-Samoa Americane del 2001, terminata per 31-0, record assoluto per il calcio internazionale), per giocarsi poi puntualmente la qualificazione ai Mondiali in uno spareggio contro una nazionale di un altro continente. Da cui uscivano spesso sconfitti. Per questo hanno fatto domanda di trasferimento: per migliorare il proprio livello in un contesto più competitivo, aumentare le chance di partecipazione alla Coppa del Mondo. Oltre che disegnare un profilo più equo (e più gradito anche alla Fifa) nella distribuzione dei posti intercontinentali, dando una chance anche alle altre nazioni dell’Oceania (grazie a questo addio, infatti, la Nuova Zelanda è riuscita a qualificarsi a Sudafrica 2010, 28 anni dopo l’ultima volta).

Ad averci rimesso, però, sono le nazionali asiatiche. Da quando è entrata nella Afc, l’Australia ha sempre fatto la voce grossa sul campo: qualificandosi per due volte consecutive ai Mondiali, arrivando in finale nella Coppa d’Asia 2011 (persa contro il Giappone), ospitando e vincendo l’edizione 2015. A scapito di chi vorrebbe più spazio. In particolare delle nazioni degli sceicchi (Qatar, Emirati Arabi Uniti e Bahrein in testa), che stanno spendendo miliardi per promuovere il calcio nei loro Paesi, raccogliendo meno risultati di quanto sperato. È successo anche all’ultima Coppa d’Asia, dove gli Emirati Arabi, rivelazione assoluta del torneo, capaci di battere ai quarti di finale i campioni in carica del Giappone, si sono fermati in semifinale ad un passo dal traguardo, battuti proprio dall’Australia. E con all’orizzonte la possibile crescita di un colosso come la Cina (e più a lungo termine anche dell’India), la soluzione migliore potrebbe essere proprio l’espulsione dei “Canguri”, che libererebbe un posto prezioso.

Certo, si tratta di un’operazione difficile. L’Australia paga contributi importanti, e costituisce uno dei cinque mercati televisivi principali della Confederazione. Difficile tornare indietro dopo soli otto anni, considerando che la migrazione fu approvata dalla Fifa, oltre che dai due continenti interessati. Ma il presidente Salman potrebbe contare sul sostegno di Ali Bin Al-Hussein, principe di Giordania, vicepresidente della Fifa e candidato alla successione di Blatter. E soprattutto il fronte degli sceicchi ha un argomento forte su cui far leva: i soldi. Con i loro petrodollari gli emiri hanno dimostrato di poter fare grandi cose nel calcio. Come ottenere l’assegnazione dei Mondiali 2022 al Qatar. O magari riscrivere per la seconda volta nel giro di pochi anni i confini della geografia del pallone.

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