A voi, uomini e donne di cuore casto e gambe robuste che amate trasire per i deserti campi e colà soffermarsi e ristare per beatamente contemplare, ed eventualmente recidere, la dovizie dell’universo floreale, fiori e fiorellini, pianticelle odorose e eleganti virgulti, ora che l’algido verno ho condotto al rigenerante sonno tutto questo grato ben di dio, calma, vi dico, calma, non tralasciate di tornare in quei campi, e ripe e coste e viotti, non abbandonatevi alla falsa supposizione di una stagione di un vagare senza frutto. Perché questa è l’alta stagione dello stecco.

Ah, gli stecchi. Bellezza scarna e essenziale, semplicità e purezza, intreccio di disegni finemente tratteggiati, tinte sfumate oppure vivide, ma sempre mesticate in struggenti scale discendenti e ascendenti, materia al tatto complicata e non di rado di delicata piacevolezza.

maggiani

Non legno morto, non si dica mai, ma legno in riposo interiore, in meditazione. Raccogliete stecchi, o animi casti, componetene fasci oppure eleggetene uno solo, significativo esemplare, disponetene nei luoghi più intimi della casa, là dove l’occhio scivolerà per inconscia necessità di un istante di pausa dall’eccesivo, dal di più, dallo sguaiato. Considerate che ogni stecco ha una sua origine e ne è l’impronta, che è nato da altre stagioni e con diverso aspetto, ma cionondimeno è essere e non materia di risulta. Meditate sull’intrinseca bellezza della stagione in cui l’esistere si compendia nel purificarsi, che non è, come vorrebbero gli stolti, rinsecchirsi.