Scusate, mi ero sbagliato. A volte succede. Per parecchio tempo ho pensato che Roberta Pinotti fosse in realtà il primo generale donna italiano, anche se, per ragioni credo strategiche, si faceva chiamare sottosegretario alla Difesa e poi addirittura ministro della Difesa (ad un certo punto ha anche fatto circolare il rumour che sarebbe diventata Presidente della Repubblica, ma era un venticello; e sarebbe stato clamoroso: il primo generale, per di più donna, al Quirinale). Ma, ripeto, mi sbagliavo. Il ministro della Difesa in carica è, infatti, tale Mauro Moretti che, anche qui per motivi inconoscibili a noi mortali, viene fatto passare per l’amministratore delegato di Finmeccanica. Il Moretti ieri, 9 febbraio, è intervenuto a un convegno al Centro Alti Studi della Difesa e, secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, ha auspicato un aumento delle spese militari. Perché, secondo quanto riporta un dispaccio Ansa delle 19.17, in Italia ci sono “scarse risorse” destinate alla difesa e se vogliamo allinearci agli altri paesi dovremmo aumentare la spesa in questo settore, aggiungendo che “alla politica non bisogna chiedere solo più soldi, ma anche programmi pluriennali più certi” (notare quel “non solo più soldi… ma anche programmi più certi”, n.d.r.). Come si conviene a un buon politico che vuol portare acqua al suo mulino, Moretti non si è limitato alle apodissi. No, ha citato cifre cantanti a sostenere l’inconfutabilità delle sue richieste. Un vero politico 2.0, nell’era di Internet. Secondo la stessa agenzia Ansa, Moretti sostiene infatti che lo “Stato italiano mette a disposizione 4 miliardi l’anno di risorse per gli acquisti nel comparto della difesa, cifra sensibilmente inferiore a quella di un paese come ad esempio la Gran Bretagna la cui spesa ammonta a 11 miliardi. E non si tratta di un paese molto più grande di noi o con maggiori necessità di difesa”. Ipse dixit.

A sostenere le forti e soprattutto originalissime affermazioni del Moretti nella inedita veste di ministro della Difesa pro-tempore, è intervenuta la professoressa Pinotti nella sua impersonificazione ulteriore ma non inedita, di rappresentante dell’industria militare nazionale. “Dobbiamo dare una mano alla nostra industria e alle sue eccellenze, perché questo può portare frutti a tutto il sistema-paese. Ricordiamoci inoltre che il settore industriale militare è uno dei pochi ad essere rimasto forte. Dobbiamo avere una certezza temporale di quelli che devono essere gli investimenti della Difesa. Oggi presentiamo un progetto importante che riguarda gli strumenti militari terrestri per i prossimi 30-40 anni. In questi tempi dividere la sicurezza in esterna e interna non ha più alcun senso, e questi strumenti dovranno avere la caratteristica di essere duali, così da poter venir utilizzati anche in ambiti civili”, ha aggiunto il neo-amministratore delegato Roberta Pinotti. Naturalmente, da portavoce dell’industria militare ha fatto bene a ricordare che è l’unica ancora funzionante in Italia. Tutte le altre sono state travolte dalla crisi, non le armi a cui i soldi non sono mai mancati. Anzi.

Un paio di osservazioni sui fatti e qualche nota di commento. I fatti. Moretti sostiene che l’Italia spende 4 miliardi per gli armamenti (e, aggiunge, Finmeccanica “opera in autofinanziamento per circa 1 miliardo”, naturalmente per pura e disinteressata generosità verso il “sistema Paese”). Qualcuno dica al Moretti che nel 2015 l’Italia spenderà, per sole armi, 6,507 miliardi di euro: 3,7 miliardi a carico del bilancio della Difesa e i restanti 2,8 a carico del ministero dello Sviluppo economico. Un pelino in più dei quattro da lui citati. Sarà l’emozione e la novità dell’incarico.

Un annetto fa tale Carlo Cottarelli, designato dal Governo a fare le pulci alle spese dello Stato (la chiamavano spending review che in inglese fa tanto più figo), disse in Parlamento che l’eccesso di spesa per la Difesa italiana, facendo il raffronto con il resto d’Europa e tenendo conto di svariati parametri, era di 3,2 miliardi di euro l’anno. Ma che avrebbe raccomandato un taglio minore: 2,5 miliardi. Naturalmente Cottarelli è scomparso dai radar e temo non si vedrà mai più, come l’aereo delle Malaysia Airlines inghiottito dal Pacifico. Ma insomma, non stiamo qui a fare i pelosetti. Abbiamo da cambiare il Paese, ce lo chiedono gli italiani, no?

La Pinotti auspica un vigoroso piano di spesa. Da dove vengano i soldi, non è ovviamente affar suo. Ai soldi ci penserà il ministro, se c’è. A lei basta che arrivino i soldi all’industria, che i torni girino al massimo e che le armi che si producono siano duali. Ah, magia delle parole. Un’arma duale non è più solo un’arma ma ha la stessa valenza di un pacco per la mensa dei poveri: sfama il corpo e acquieta lo spirito. Lo abbiamo già sentito, qualche mese fa. L’ammiraglio De Giorgi, con argomenti e piglio da imbonitore, ha venduto alle Camere 5,4 miliardi di navi da guerra e si appresta a piazzarne altrettanti. Il convegno di cui vi dicevo in apertura ha raccolto a Roma il fior fiore dell’industria e della Difesa per stilare un piano di investimenti per l’Esercito valido per i prossimi 30 anni. Un piano “duale” dice la Pinotti. Dopo le fregate missilistiche di De Giorgi per curare la cataratta dei bambini africani, verranno i fucili per mettere le supposte in sicurezza ai malati contagiosi negli ospedali. Aspettatevi come ricaduta corsi per infermieri-tiratori scelti. Nuovi posti di lavoro. Oppure graziosi missilini che, quando non destinati ai cattivi generalmente islamici, possono eventualmente sorvegliare i giardinetti pubblici e umanamente polverizzare i pedofili. Perfettamente duali, come vedete. Duale, direbbe Basilio a Bortolo, è un venticello che “va crescendo/prende forza a poco a poco,/vola già di loco in loco;….. /Alla fin trabocca e scoppia,/si propaga, si raddoppia/e produce un’esplosione/come un colpo di cannone,/che fa l’aria rimbombar”.