Oggi, magari, dirà che è stato frainteso o che si è trattato solo di un’iperbole per sottolineare la sua volontà di usare il pugno di ferro per debellare la prostituzione lungo le strade della capitale ma ieri, in diretta Tv, su Rainews24, il sindaco di Roma, Ignazio Marino ha detto, a chiare lettere, che il suo Comune starebbe ipotizzando di mandare a casa dei clienti delle prostitute, multe con su scritto, nero su bianco, che la sanzione è dovuta al fatto che ci si intratteneva con una prostituta.

Il primo cittadino della Capitale di un Paese che ambisce – forse senza esserlo – a rappresentare un esempio di civiltà e democrazia ha annunciato, urbi et orbi, in televisione, di aver intenzione di restaurare la gogna che, come ricorda Wikipedia è “uno strumento punitivo, di contenzione, di controllo, di tortura, utilizzato prettamente nel periodo medievale, costruito come un collare in ferro, fissato ad una colonna per mezzo di una catena, che veniva stretto attorno al collo dei condannati esposti alla berlina”. E’ un fatto gravissimo che non può essere lasciato passare sotto silenzio né lasciato cadere come una boutade.

Non siamo davanti ad un sindaco che per debellare un’attività illecita si dichiara disponibile ad accettare il rischio che vi siano degli effetti collaterali e che la privacy di taluno possa essere travolta in nome del prevalente interesse della collettività a veder garantito l’ordine pubblico – circostanza che di per sé sarebbe grave e darebbe da riflettere – ma davanti ad un primo cittadino che propone l’utilizzo scientifico e sistematico di un’evidente violazione della privacy quale sanzione accessoria di una violazione del codice della strada e quale preteso strumento deterrente a non reiterarla.

E’, infatti, evidente che notificare a casa di qualcuno una contravvenzione nella quale c’è scritto che la multa è dovuta all’essersi intrattenuto con una prostituta non ha altro obiettivo che quello di far leva sulla vergogna che l’autore della violazione proverebbe se la busta fosse aperta dalla moglie, dalla compagna, dai genitori o, peggio ancora, dai figli. La vergogna come sanzione. La stessa identica formula barbara ed incivile alla base della gogna medievale. Un’unica differenza: alla piazza nella quale nel Medioevo si incatenava l’autore della violazione per esporlo alla vergogna della comunità di appartenenza, Marino ora vorrebbe sostituire il salotto del cliente della prostituta ed ai concittadini i familiari.

Un’idea, quella del sindaco di Roma, tanto anacronistica e incivile da essere evidentemente destinata a rimanere senza seguito perché mai – o, almeno, c’è da augurarselo – nessun governo e nessun Parlamento varerebbero, nel 2015, una legge che avrebbe nel proprio patrimonio genetico la vergogna e la tortura quale strumento di lotta alla prostituzione e che avrebbe tanto palesemente natura inumana da essere evidentemente incostituzionale.

Un’idea davanti alla quale non si può che plaudire a Antonello Soro, Presidente dell’Autorità Garante per la privacy, che a stento – in un’intervista di oggi su La Repubblica – riesce a rimanere ingessato nel linguaggio istituzionale quando dice: “La gogna appartiene a una visione un po’ medievale del contrasto di un fenomeno anche medievale”. Ma il punto non è questo.

Il punto è che le parole che il sindaco di Roma ha pronunciato in Tv sono state ascoltate da milioni di cittadini che rischiano di persuadersi che, a dispetto dei secoli trascorsi dal Medioevo ai giorni nostri, il fine nobile, giustifica anche il più incivile dei mezzi e che la privacy di ciascuno di noi vale tanto poco da poter essere immolata sull’altare della lotta alla prostituzione e, quindi, chissà di quanti altri piccoli e meno piccoli fenomeni illeciti. Rischia di essere questo l’unico effetto drammatico dell’infelice “proposta Marino” per la lotta alla prostituzione.

In un momento nel quale ci sarebbe un disperato bisogno di uno Stato che insegni ai propri cittadini l’importanza ed il valore dei diritti dell’uomo, privacy in testa, ci si ritrova, invece, ad assistere impotenti davanti allo spettacolo mediatico di un sindaco che, per mostrare i muscoli, si dice pronto a fare carne da macello di questi diritti.

La vergogna che il primo cittadino della Capitale ha proposto di usare contro i clienti delle prostitute dovrebbe – ma è naturalmente un’utopistica illusione in una società che, purtroppo, si abitua a tutto e dimentica tutto con straordinaria velocità – accompagnare Ignazio Marino alle sue dimissioni perché nessuna città di un Paese civile, moderno e democratico può essere governata da chi ritiene che si possa entrare a gamba tesa nell’intimità di una famiglia, sconvolgerne – non ha importanza a quale fine – equilibri, rapporti e sentimenti, trasformando la gogna in una sanzione di Stato.

Il “primo cittadino” è primo perché dovrebbe dare il buon esempio.