Proprio mentre il ministro Pier Carlo Padoan, a margine del G20 di Istanbul, prevede “sorprese positive” sul fronte della crescita economica dell’Italia nel 2015, dall’Ocse e dall’Istat arrivano dati allarmanti sul livello del prodotto interno lordo pro capite della Penisola, sulla sua distribuzione tra le diverse aree del Paese e sul peso del fisco come freno alla ripresa. In particolare l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nel rapporto Going for Growth, nota che “la mancata ripresa dalla recessione sta portando il reddito pro capite dell’Italia a scendere ancora più in basso rispetto alle principali economie dell’Ocse”, a fronte del fatto che nel 2013 il livello “era già inferiore del 30% rispetto alla media dei primi 17 Paesi Ocse”. Il divario peraltro è progressivamente cresciuto: nel 2007 era del 22,7%. Unico aspetto positivo è l’inversione di tendenza registrata a dicembre 2014, quando il superindice calcolato dall’organizzazione ha rilevato “una fase di slancio stabile, dopo i segni di indebolimento del mese precedente”.

Nel frattempo l’istituto nazionale di statistica, che ha diffuso i dati per il 2013 aggiornati sulla base del nuovo sistema di contabilità pubblica Sec 2010, mette in luce che senza uscire dai confini nazionali anche il gap tra Nord e Sud è preoccupante: nel 2013 il pil pro capite del Mezzogiorno ammontava a 17.200 euro, il 45,8% rispetto a quello del Centro-Nord Italia. Nel Nord ovest la media è di 33.500 euro, nel Nord est di 31.400 e nel Centro di 29.400. Non solo: oltre la metà dei redditi lordi individuali (54%) risulta compresa tra 10.001 e 30mila euro annui, il 25,8% è sotto i 10.001 e il 17,6% è tra 30.001 e 70mila. Solo il 2,4% supera i 70mila euro. Più del 40% dei redditi da lavoro autonomo e il 35% di quelli da pensione si collocano poi al di sotto dei 10mila euro annui, contro il 27,5% dei redditi lordi da lavoro dipendente.

Per uscirne, secondo l’organizzazione basata a Parigi, il Paese deve innanzitutto “migliorare l’efficienza della struttura fiscale“, perché “il peso delle tasse per i lavoratori a basso salario è alto, il codice fiscale è troppo complicato e l’evasione è alta”. A Roma viene inoltre raccomandato di ridurre “le distorsioni e gli incentivi a evadere, riducendo i tassi di imposizione nominali elevati e abolendo molte spese fiscali”, e “l’instabilità della legislazione, anche evitando misure temporanee“. Inoltre, l’Italia dovrebbe “continuare a ridurre la tassazione del lavoro, quando la situazione di bilancio lo permette, puntando a incoraggiare domande e offerta di lavoro”: a fronte di un costo medio del lavoro dipendente, al lordo delle imposte e dei contributi sociali, di 30.953 euro all’anno (dati Istat), il lavoratore percepisce solo 16.498 euro, poco più della metà (il 53,3%).

Restando nell’ambito del mercato del lavoro, il governo dovrebbe “spostare la protezione dai posti di lavoro al reddito dei lavoratori”, ovvero “continuare a ridurre il dualismo del mercato del lavoro con assunzioni e licenziamenti più flessibili e procedure legali più prevedibili e meno costose, con il supporto di una rete di sicurezza sociale più onnicomprensiva e uno sviluppo delle politiche attive sul lavoro”. Direzione verso cui in effetti l’esecutivo ha iniziato a muoversi, con i primi decreti attuativi del Jobs Act. “L’Italia ha messo in cima all’agenda europea la crescita, l’occupazione, gli investimenti“, ha rivendicato Padoan. Che è tornato anche sulla polemica a distanza con l’omologo greco Yanis Varoufakis, secondo cui anche l’Italia come la Grecia sarebbe “a rischio bancarotta” a causa di un “debito insostenibile“.

“Con il collega Varoufakis ci siamo chiariti, c’è stato uno scambio di messaggi e l’obiettivo è trovare una soluzione condivisa per la Grecia a partire dall’Eurogruppo”, ha detto il titolare del Tesoro, spiegando che “non c’è un piano B” rispetto alla permanenza del Paese nell’euro.