Con lui l’Europa doveva #cambiareverso, addio all’austerità, alle regole burocratiche, ai cavilli brussellesi. Fate l’esperimento: scrivete su Google “Renzi superare il 3 per cento”. Troverete le seguenti dichiarazioni in ordine sparso: “Rispetto per chi decide di superare il 3 per cento” (3 ottobre 2014), “Renzi già al lavoro sfida Grillo. E a Letta: il 3 per cento si può sforare” (2 gennaio 2014), “Sulle riforme decido io, non la Troika o la Bce” (10 agosto 2014). C’è qualche filo logico nelle posizioni del premier sull’Europa e le regole contabili o la sua linea oscilla con l’umore e soprattutto in base a chi ha di fronte? Solidarietà generazionale con Alexis Tsipras, con cravatta in regalo da indossare quando la Grecia avrà risolto i suoi negoziati con l’Europa. Ma anche grande sintonia con Angela Merkel, simbolo di ogni intransigenza fiscale, che il premier ha voluto a tutti i costi nella sua Firenze il 22 gennaio, per un vertice privo di contenuti percepibili ma ricco di photo opportunity.

Nel programma di Renzi per le primarie 2013, quelle che lo hanno portato alla guida del Partito democratico, c’era un capitolo intitolato “superare il 3 per cento”. Svolgimento: “Siamo noi che dobbiamo chiedere all’Europa di cambiare, ma prima di farlo, iniziamo a realizzare in casa le riforme che rinviamo da troppo tempo”, se si fanno le riforme “poi abbiamo le carte in regola per chiedere che cambi verso l’Europa”. Il premier ha scoperto che non è così semplice: a Bruxelles hanno la fastidiosa abitudine di distinguere tra riforme annunciate e riforme approvate, tra soldi virtuali e quelli reali nelle casse pubbliche, tra stime economiche di governo e stime indipendenti.

Quando il 2 luglio 2014 finalmente Renzi ha assunto la presidenza di turno dell’Unione europea è subito andato allo scontro con Manfred Weber, il tedesco capogruppo dei popolari all’Europarlamento. Perché il premier aveva un solo vero obiettivo politico: ottenere la sospirata “flessibilità” sui conti. Dopo sei mesi, nel discorso conclusivo della presidenza lo scorso 13 gennaio, Renzi non ha altro da celebrare che l’approvazione del piano Juncker (21 miliardi reali, che già c’erano, 315 quelli promessi con una spericolata leva finanziaria). Ma è un po’ difficile attribuirne a lui il merito esclusivo. Della flessibilità, nel discorso, nessuna traccia. Eppure, due ore dopo, la Commissione pubblica le “linee guida” sulla flessibilità. Sembra quasi uno sfregio. Renzi non celebra, la ragione è che dal ministero del Tesoro gli hanno spiegato che l’Italia non ha ottenuto benefici. La correzione del deficit strutturale non basta comunque: Bruxelles chiedeva lo 0,5 del Pil, l’Italia offriva lo 0,1, con le nuove soglie deve garantire lo 0,25. Morale: il giudizio della Commissione sulla legge di Stabilità approvata a fine dicembre è ancora sospeso. A marzo può arrivare, se non una bocciatura, almeno un vigoroso invito a fare qualcosa per mettersi in regola.

Renzi lo ha capito e ha archiviato i suoi bellicosi propositi di una volta. Ha molto insistito per avere a Firenze Angela Merkel a gennaio: davvero gli eurocrati oseranno attaccare un così buon amico della Cancelliera più potente d’Europa? Quando Syriza ha vinto le elezioni in Grecia, il premier ha smentito di aver chiamato Alexis Tsipras per fargli le congratulazioni. Lo ha ricevuto a Roma la settimana dopo e davanti alle telecamere è stato tutto sorrisi e scambi di doni, ma quando si è arrivati a parlare delle cose serie, cioè la gestione del debito della Grecia, Renzi ha chiarito: “Le decisioni si prendono nei vertici a Bruxelles”. Poi la Bce minaccia di tagliare i finanziamenti alle banche greche se rompono i rapporti con la Troika? “Una decisione legittima”, assicura il premier.

Forse la sua non è schizofrenia, ma rassegnazione: ha perso la battaglia per la flessibilità e ora non gli resta che cercare la clemenza di Berlino (e dunque di Bruxelles).

Tiwtter: @StefanoFeltri

il Fatto Quotidiano, 7 Febbraio 2015