“Quando si raggiunge una certa età, le cose iniziano ad avere un senso: sei perso come prima, ma almeno ne sei consapevole”. Così recita Knight of Cups, nuovo tassello del cinema-mondo di Terrence Malick, oggi in concorso a Berlinale 2015 giunta a un passo dalla metà della corsa all’Orso d’oro. Malick naturalmente non è presente: ha mandato come da tradizione i protagonisti del suo sempre ricco cast in veste di “testimoni” del suo film, destino in questo caso toccato alle superstar Christian Bale (protagonista assoluto) e Natalie Portman. E fanno quasi tenerezza le loro risposte alle (ovviamente inutili) domande dei giornalisti: capire e apprezzare Malick forse significa anche lasciarlo scorrere nelle sue immagini, nei suoi dialoghi ormai “ridotti” a monologhi interiori dei personaggi, sempre fluttuanti e smarriti in un universo cinesistenziale inconfondibile.

“Il mio personaggio è in viaggio verso qualcosa, ma non sa neppure lui cosa. Comprende e vuole fuggire dal vuoto in cui versa la sua vita, pur di successo e ricchezza, e sente il desiderio per qualcosa di più, di alto” prova a spiegare Bale, presentatosi a Berlino in lunghe capigliatura e barba, che nel film rappresenta il “fante di coppe” che dà il titolo al film. Interamente ambientato a Los Angeles e dintorni con una puntata a Las Vegas, racconta la parabola esistenziale di un giovane uomo di cinema immerso e distratto dalle gioie del successo.

Donne bellissime, dimore principesche, divertimenti assoluti. Eppure regna il vuoto, l’aspirazione a un Amore duraturo, forse a un figlio, ai legami famigliari. Di certo alla pienezza della vita come viaggio. Come gli ultimi due di Malick (The Tree of Life – Palma d’oro a Cannes nel 2011 – e To the Wonder 2012) la poetica di Knight of Cups ricalca uno stile di forte marca evocativa con la quasi totale assenza di dialoghi sostituiti – si diceva – dai monologhi interiori, riprese ardite su personaggi in ambienti liquidi che prediligono gestualità e camminate lungo location mai casuali. Il tutto accompagnato da una colonna sonora di chiara funzione narrativa. “Terry è un essere umano unico, speciale, una delle poche persone che conoscendole superano le già alte aspettative” chiosa raggiante la Portman che si dichiara “fan di Malick da sempre” ed onorata che lui abbia accettato di presentare a Berlino (in video?) il documentario The Seventh Fire da lei prodotto. Ciò che esce dalla bocca della coppia Bale-Portman può ormai considerarsi una litania ricorrente rispetto a tutti gli attori partecipanti ai suoi film: uomo immenso, maestro puro, spirito eccelso e processo creativo non convenzionale.

Ma, ormai, i suoi film dividono critica e pubblico, dopo un’unanimità di assoluta positività che aveva tenuto fin a La sottile linea rossa (1998) peraltro vincitore dell’Orso d’oro. Un premio che a questa edizione si prepara ad essere ben conteso, almeno a giudicare dalle pellicole passate finora di buona media. Con un picco speciale: il documentario antropologico/esistenzialista del cileno Patricio Guzmàn, El Botòn del Nàcar. Profondamente universale ed altrettanto legato alla Storia del Cile, offre la perfetta combinazione di piaceri: per i sensi, l’intelletto e l’anima.