Che l’Italia non abbia un grande peso internazionale, almeno in questo momento storico, più o meno lo si era capito. “E infatti nell’Unione che ci stiamo a fare?”, direte voi. E avreste anche ragione, considerando poi che l’attuale Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione (giornalisticamente Lady o Mister PESC) è Federica Mogherini. Un’italiana occupa una delle cariche più importanti all’interno delle istituzioni comunitarie. Sarebbe fantastico, se solo alla qualifica corrispondesse un vero e proprio attivismo e protagonismo sul piano internazionale, con annessa possibilità di gestione dei conflitti e delle relazioni tra Paesi interni ed esterni all’UE. Ma andiamo con ordine.

Angela Merkel e François Hollande vanno a Mosca a parlare con Putin della situazione in Ucraina, sforzandosi (e fallendo) nel raggiungere una soluzione comune e condivisa che tenda ad anticipare le mosse americane sul continente. Biden e Kerry, rispettivamente vice-presidente e segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, hanno affermato nelle scorse ore che Usa e Ue dovrebbero fare fronte comune contro la minaccia russa (ah, questo nostalgico odore di dichiarazioni da guerra fredda) e che non è esclusa la possibilità di fornire armi al popolo ucraino per difendersi da eventuali attacchi dall’est – mentre Petro Poroshenko, invece, ne è praticamente sicuro; nel frattempo, Putin mobilita i riservisti per due mesi.

In tutto ciò, la vera domanda sul fronte delle capacità di gestione della crisi da parte dell’Unione resta una: dov’è Federica Mogherini? Interpellata sull’iniziativa franco-tedesca di risoluzione della crisi, si è limitata a dichiarare che la visita andava “nella direzione di una soluzione politica del conflitto”. E l’assenza dai tavoli delle trattative di Lady PESC fa sorgere e mette in risalto due ordini di problemi: il primo riguarda l’effettiva efficacia dell’azione di Lady o Mister PESC, chiunque sia; il secondo riguarda la personalità che si trova a ricoprire questo ruolo.

Fino a quando non esisterà una vera e propria strategia unitaria in materia di politica estera, condotta come se fossimo un’Unione (cosa che, bene o male, stiamo provando ad essere), il ruolo di Alto rappresentante è destinato a non essere preso sul serio come dovrebbe. Le diplomazie nazionali, al momento, godono di un credito e un potere contrattuale maggiore di quelle comunitarie in fatto di trattative e dialogo su temi importanti e spinosi, come i conflitti nel Donbass e nell’est dell’Ucraina in generale. D’altro canto, quasi nessuno dei Paesi dell’Unione ha mostrato l’intenzione di voler cedere terreno alle istituzioni sovranazionali in fatto di politica estera e di difesa, pur facendone parte.
Basti ricordare come andò a finire negli anni cinquanta con la Comunità europea di difesa e la Comunità politica europea: il primo tentativo di mettere in condizione l’Europa di affrontare sfide internazionali sul campo militare e diplomatico in modo solido e unitario fallì a seguito della mancata ratifica dei trattati presso le assemblee nazionali (a tale risultato contribuì in modo significativo la Francia). Ha senso avere un Alto rappresentante per tutti in assenza di una politica estera comune?

Il secondo problema riguarda Federica Mogherini stessa. Dopo la pressoché anonima performance della precedente Lady PESC, lady Catherine Ashton, e considerate le oggettive e palesi difficoltà nell’ottemperare ai doveri di un ruolo diplomaticamente così complicato come quello di Alto rappresentante, forse sarebbe stato meglio scegliere una personalità con un profilo internazionale un po’ più alto e pesante. Con tutto il rispetto per la Mogherini, considerata anche la sua evanescenza sulle scene internazionali dal giorno della sua nomina ad ora, salvo per sparute e occasionali dichiarazioni, e considerato il modo e le dinamiche che ne hanno favorito la nomina, probabilmente scegliere un personaggio politicamente più influente sarebbe stata cosa buona e giusta.

In ogni caso, la crisi russo-ucraina sta entrando nel vivo e ancora nulla è perduto. Federica Mogherini ha tempo, anche se non più di tanto, per lavorare bene e per evitare di farsi bypassare di nuovo dalle diplomazie nazionali nella gestione del conflitto. Una guerra in Europa, nonostante al momento possa sembrare uno scenario estremo, trascinerebbe inevitabilmente l’Unione a combattere sul fronte russo-ucraino. Un rischio, o un lusso, che in questa fase storico-economica non possiamo permetterci.