WEB_INRIKES Victoria di Svezia visita una fabbrica ad OskarshamnIl decreto legge del 24 gennaio 2015, n. 3 (“Misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti”) prevede all’art 7 l’istituzione di una Società per azioni che intraprenda “iniziative per il rilancio di imprese industriali o gruppi di imprese con sede in Italia (di seguito, le “Imprese”) che, nonostante temporanei squilibri patrimoniali o finanziari, siano caratterizzate da adeguate prospettive industriali e di mercato, ma necessitino di ridefinizione della struttura finanziaria o di adeguata patrimonializzazione o comunque di interventi di ristrutturazione.”
Come già evidenziato da Alessandro De Nicola su Repubblica, (che ha anche ribattezzato la nuova società Jep in onore del protagonista de “La Grande Bellezza”) questa iniziativa ricorda pericolosamente la GEPI, una pagina non proprio edificante della politica industriale recente del nostro paese che si calcola sia costata ai contribuenti oltre 10 miliardi di euro.
Ma cos’è che non funziona nell’idea, in apparenza nobile,  che lo Stato possa accorrere al capezzale delle imprese in difficoltà per trarle in salvo come un valoroso cavaliere bianco?
Almeno 3 cose:
1) occorrono competenze tecniche per distinguere le imprese che possono essere rilanciate da quelle inesorabilmente destinate alla chiusura;
2) i possibili conflitti d’interesse sono molto rilevanti;
3) la distribuzione dei rischi tra finanziatori, soci di capitale e manager influenza drasticamente le possibilità di successo di questo tipo di operazioni.
A complicare ulteriormente la questione, si aggiungono le delicate interazioni tra le tre componenti. Il risanamento di un’impresa non è una scienza esatta, pertanto le competenze tecniche (che pure non si intravedono all’orizzonte e delle quali il testo non fa menzione) sono condizione necessaria, ma non sufficiente per il successo: se una parte del rischio d’insuccesso è assorbita dai contribuenti chi credere che beneficerà degli aiuti della nuova società? Imprese sane in difficoltà o qualche amico degli amici che ha esaurito i contributi ricevibili per altre vie?

Quali investitori pensate potranno essere coinvolti dall’attività di “promozione” della nuova società? Professionisti di mercato che richiedono elevati rendimenti a fronte dei quali sono disponibili a prendere rischi elevati o professionisti da salotto (buono) specializzati nel privatizzare gli utili e collettivizzare le perdite? Ristrutturare le imprese in crisi è una criticità reale soprattutto in un tessuto straziato come l’economia Italiana, ma pensare di intervenire dispensando garanzie pubbliche a fantomatici investitori è un po’ come pensare di curare bestiame malato insegnando veterinaria  ai lupi.
Meglio sarebbe invece ragionare su strumenti che favoriscano l’acquisizione del controllo delle imprese in difficoltà da parte dei lavoratori o che velocizzino le procedure Concorsuali o concordatarie, ma sarebbe una soluzione troppo di mercato in un paese dove il culto del dio-Stato è ancora troppo diffuso: purtroppo decenni di scempio, definito con ipocrisia politica industriale, non sono bastati a farci capire che al paradiso dello Stato pianificatore accedono solo pochi eletti (soliti e noti) e che per la maggioranza non c’è che l’inferno di un conto salato da pagare con gli interessi.