Cinque giorni di ferie pagate obbligatorie per tutti i lavoratori dipendenti: è questa una delle misure su cui il governo giapponese sarebbe già al lavoro per ridurre la “dipendenza dal lavoro” di molti suoi cittadini. Attualmente le leggi in materia di lavoro garantiscono al dipendente un minimo di 10 giorni di ferie pagate all’anno. A questi si aggiunge un giorno di permesso all’anno a partire dal 18esimo mese di permanenza nella stessa azienda, a crescere per ogni anno di anzianità fino ad un massimo di 20 giorni.

Il dato segnala una radicale differenza con quanto accade in alcune parti d’Europa. In Italia e Germania, ad esempio, il numero minimo di giorni di ferie pagati è venti, il doppio di quello giapponese; in Francia si arriva addirittura a trenta. Secondo uno studio del Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare di Tokyo, la gran parte dei lavoratori dipendenti usa appena la metà dei giorni di ferie pagate a cui ha diritto: appena nove su 18,5. Ora il governo punta a invertire la tendenza entro il 2020 optando per una soluzione che accontenta sia gli imprenditori che avevano chiesto tre giorni sia i sindacati che invece ne avevano chiesti otto.

Il problema della “dipendenza dal lavoro” potrebbe però non essere così facile da sradicare: secondo un sondaggio dell’agenzia di stampa Jiji, infatti, un lavoratore giapponese su sei non avrebbe preso nemmeno un giorno di ferie negli ultimi sei mesi. Parte della responsabilità è imputabile al sistema produttivo giapponese che, soprattutto nel settore terziario, fa leva sugli straordinari. L’amministrazione Abe sembra comunque dare priorità alla questione, tanto che la bozza di legge sulle ferie obbligatorie dovrebbe essere presentata entro la fine dell’attuale sessione parlamentare. Il punto della questione è ancora una volta ridurre il carico sul sistema nazionale del welfare che, a fronte di una popolazione sempre più anziana, vede la spesa per le pensioni e l’assistenza sanitaria in costante aumento.

Per il governo, il cui obiettivo è anche dare continuità alla flebile ripresa economica intravistasi nel 2013 grazie alle politiche inflazionistiche etichettate come “abenomics”, il provvedimento servirà a spingere i consumi: più ferie significano anche più tempo libero per viaggi e shopping. Negli anni ’80, prima dello scoppio della bolla economica, alcuni casi di morti legate allo stress lavorativo attirarono l’attenzione dell’opinione pubblica e dei politici giapponesi. Per descrivere tali episodi, venne coniato il termine karoshi, letteralmente “morte da troppo lavoro”.

Rispetto a trent’anni fa, il numero di ore lavorative annuali pro capite è diminuito del 17 per cento: secondo dati del governo di Tokyo e dell’Ocse, in media un lavoratore dipendente giapponese lavora oggi 1795 ore all’anno, mentre nel 1988 ne lavorava oltre 2100. Ciò che non appare di molto variato è il numero di ore lavorative “non programmate” che da tre decenni a questa parte si attestano intorno a quota 160. Allo stesso tempo sono in aumento i casi di malattie legate al lavoro – in particolare allo stress derivato dall’aver subito abusi di potere sul posto di lavoro. Nel 2013 sono stati denunciati oltre 1400 casi di questo tipo, in aumento di quasi il 10 per cento rispetto all’anno precedente.

di Marco Zappa