Anche il presidente del Consiglio di Stato all’inaugurazione dell’anno giudiziario ha scandito a chiare lettere che le condizioni in cui si trova ad operare la giustizia amministrativa ed in particolare “la vasta corruzione ramificata che emerge quotidianamente impone la presenza di un giudice amministrativo indipendente, forte ed autorevole”.

In modo sintetico, e senza i riferimenti inevitabili dei colleghi delle corti d’ Appello e delle Procure generali alle mancate misure del governo sul fronte dell’anticorruzione e alla depenalizzazione della frode fiscale, il presidente del massimo organo di giustizia amministrativa ha individuato nell’indipendenza e nella “forza” del magistrato la precondizione per il contrasto alla corruzione.

Ad ascoltarlo in prima fila accanto al presidente del Senato e vari ministri tra cui quello della Giustizia anche il Capo dello Stato alla sua prima uscita pubblica: ha seguito con attenzione e soprattutto ci ha risparmiato i commenti, le puntualizzazioni e l’interventismo supponente a cui eravamo ormai abituati dal novennato di Napolitano.

Il nesso tra la funzione di garanzia costituzionale di cui è investito il presidente della Repubblica e la priorità della lotta alla corruzione e alla mafia è stato uno dei passaggi fondamentali del discorso di insediamento di Sergio Mattarella.E solo la determinazione nel contrastare quella “vasta corruzione ramificata” che è emersa in tutte le relazioni, da tutte le sedi giudiziarie della penisola può permettere l’affermazione e la difesa della legalità, invocate universalmente dalla politica, ma che suscitano reazioni governative infastidite quando sono richiamate accanto al rispetto per la magistratura.

Quanto, però, sia distante il plauso espresso in Parlamento a Mattarella quando ha parlato del dovere di incoraggiare la magistratura e le forze dell’ordine sul fronte dell’anticorruzione e dell’antimafia e la reale volontà dei partiti di fare sul serio, si è visto immediatamente quando il giorno dopo in Senato è stata bocciata la richiesta del M5S di fare partire subito il ddl Grasso sull’inasprimento delle sanzioni per corruzione, falso in bilancio, riciclaggio.

Il ministro Orlando, a margine della cerimonia a palazzo Spada, ha dichiarato che nel governo l’intesa sul ddl anticorruzione c’è e andrebbe nel senso dell’estensione della punibilità del falso in bilancio e della perseguibilità d’ufficio, dell’aumento delle sanzioni nel reato di concussione per induzione e messa a libro paga, degli incentivi a collaborare con sconti di pena. E ha garantito anche che ci sarebbe già di fatto “la corsia preferenziale” per un provvedimento tanto sbandierato quanto ibernato: ma di date certe in merito al percorso trovato o “ritrovato” al momento c’è solo quella del 12 febbraio per il deposito degli emendamenti sulla prescrizione.

Infatti oltre al pacchetto anticorruzione c’è pure la riforma complessiva della prescrizione, un capitolo altrettanto fondamentale ma ancora più dolente di quello sul falso in bilancio. E l’intesa nella maggioranza “non è stata ancora pienamente raggiunta” per usare l’eufemismo del ministro Orlando, prevalentemente a causa  delle resistenze di Alfano e del vice-ministro Costa che in proposito sono sempre molto sintonizzati con Arcore.

Come ha ripetuto ancora una volta anche Raffaele Cantone, “su corruzione e prescrizione sono ancora molte le cose su cui intervenire”.  E sarebbe un buon inizio spazzare via la ex-Cirielli, tuttora un tabù, e prevedere semplicemente come avviene in tutte le democrazie liberali che con il rinvio a giudizio o con la sentenza di primo grado la prescrizione si esaurisce.

Felice Casson, che non è un grillino ha ripetuto in varie occasioni riferendosi al governo che “manca la volontà politica di intervenire sulla prescrizione”. Adesso vedremo se il combinato disposto del dopo-Napolitano con un presidente garante effettivo della legalità, l’insostenibile debolezza del Ncd e la presunta rottura del patto del Nazareno consentiranno al Pd di fare quello che proclama, o se si tratta di ben altro.