È passato un mese da quando due uomini armati – i fratelli Kouachi – sono entrati nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo e hanno ucciso dodici persone, tra cui cinque vignettisti. Ma sotto i colpi di quei kalashnikov è rimasta ferita anche la libertà di espressione. Per questo il Wow Spazio Fumetto di Milano ha deciso di realizzare una mostra per riflettere su quanto accaduto. “Siamo tutti Charlie” verrà inaugurata sabato 7 febbraio con un incontro pubblico in cui si discuterà del limite tra ciò che è lecito scrivere e disegnare e ciò che non lo è.

“E’ una richiesta venuta dal basso – spiega a ilfattoquotidiano.it Luigi Bona, direttore del museo -. Dopo l’attentato a Parigi moltissimi autori ci hanno inviato i loro disegni per ricordare le vittime”. Così tanti che sono diventati più di duecento, arrivati da artisti italiani ed europei. “Mi premeva far sapere cos’era Charlie Hebdo, da dove veniva e le storie che disegnavano quei vignettisti che oggi purtroppo non ci sono più”, aggiunge. Charb, Cabu, Wolinski, Tignous e Philippe Honoré; cinque matite affilate spezzate dalla follia jihadista: “La censura non è mai la soluzione – ammette Bona -. Se io compro Charlie Hebdo so quello che ci trovo”.

Poi naturalmente ci sono dei limiti che non vanno superati, limiti che la redazione francese conosce benissimo: “Si sono sempre espressi su temi delicati come l’Islam o il Vietnam– ricorda -, ma la loro etica prevede che i soggetti più deboli, come i bambini, vengano tutelati”. D’altronde la satira è da sempre al centro delle critiche: “E’ un mezzo di comunicazione efficace e per questo dà fastidio al potere”, ricorda. L’Italia sembra ancora indietro in questo settore: “La nostra tradizione non ci aiuta a pensare la religione in modo libero – sottolinea -, in questo la Francia è un passo avanti a noi”.

La mostra offrirà uno spunto per riflettere sulla libertà di espressione, anche grazie alla presenza di opere di artisti conosciuti in tutto il mondo. Silver, Bruno Bozzetto, Leo Ortolani, Sio e Fabio Celoni sono solo alcuni dei nomi che hanno affilato le matite per pungere ancora. Tra loro anche Silvia Ziche, fumettista che – tra gli altri – ha collaborato negli anni ’90 con il periodico “Cuore”. “Ci sono stati motivi molto ingombranti che mi hanno spinta a fare un disegno che commentasse quell’orribile strage – spiega a ilfattoquotidiano.it -. Non riesco a capacitarmi del fatto che si possa essere uccisi solo perché si esprime un’idea”.

Le idee possono essere affilate, certo, “e se ne può parlare, ma in una discussione non possono entrare armi da fuoco”. La Ziche ricorda bene gli anni satirici passati nella redazione di “Cuore”. “Ero giovanissima e in quel periodo ero guidata principalmente dalla mia incoscienza – spiega -. Non pensavo alle conseguenze che può avere una vignetta, una vignetta non è una raffica di mitra”. Un’esperienza spensierata, per certi versi simile a quella di Charlie Hebdo: “La redazione era un luogo pieno di gente allegra, che nonostante le scrivanie piene di giornali con pessime notizie riusciva a riderne – ricorda -, e questa mi sembrava la via giusta per arrivare al futuro”. Probabilmente anche quel 7 gennaio a rue Nicolas Appert si respirava un’aria spensierata: “Quella riunione di redazione a Charlie Hebdo io la immagino proprio così, piena di gente che ride”.