A Yanis Varoufakis piace la storia. Ormai pare scontato, considerato che il ministro delle Finanze greco continua da giorni a fare riferimento ad eventi del Novecento per provare a far capire meglio quale sia la situazione della Grecia e cosa si dovrebbe fare per trovare una soluzione comune, veloce e indolore (per loro). Purtroppo, dall’altra parte, ha degli interlocutori che non dimostrano di essere esattamente sulla stessa lunghezza d’onda, e di credito, del responsabile economico del nuovo governo Tsipras: tra il presidente della Bundesbank e il ministro delle Finanze tedesco, i “no” alle ipotesi di rinegoziazione del debito e degli accordi e scadenze che legano la Grecia alla troika si sono fatti sentire con puntualità mitteleuropea. Weidmann e Schäuble non fanno sconti, e c’era da aspettarselo.

Nonostante il tempo incalzi, le dichiarazioni e le conferenze stampa che seguono il tour di Varoufakis e Tsipras in giro per l’Europa per capire nell’immediato quali siano gli amici e quali i nemici lasciano il dibattito, almeno per il momento, sul piano delle schermaglie verbali. Varoufakis, tuttavia, proprio oggi pare aver messo a segno un colpo da 100 punti: il ministro ha dichiarato, infatti, che “la Germania sa bene che cosa può succedere quando si scoraggia troppo a lungo una nazione orgogliosa e la si espone a trattative e preoccupazioni di una crisi del debito deflattiva, senza luce alla fine del tunnel: questa nazione prima o poi fermenta”. Il riferimento a Weimar e all’ascesa del nazionalsocialismo è chiaro, e sia a Francoforte che a Berlino siamo abbastanza sicuri che sia stato capito e recepito.

Le circostanze storiche (non guardiamo solo all’economia) erano profondamente diverse, ed è abbastanza improbabile che ad Atene accada qualcosa del genere. Non è di poca importanza però, paradossalmente, il fatto che la situazione attuale abbia invertito i ruoli che Grecia e Germania hanno avuto nel secolo scorso quando (già) si parlava di debiti, saldi e restituzioni. I due Paesi si sono scontrati in due occasioni su questi temi: nel 1953, quando il London Debt Agreement (“accordo sul debito di Londra”, ndr) riformulò le condizioni di rimborso dei debiti accumulati dalla Germania dal 1919 al 1945 – perlopiù verso le potenze occidentali vincitrici – regalando ai tedeschi uno sconto approssimativamente del 50% sul totale da restituire; nel 1990, quando il rimanente debito tedesco, invece di essere saldato definitivamente come previsto dagli accordi di Londra, praticamente si dissolse nel nulla per favorire la ricostruzione di uno Stato unificato da soli pochi mesi. La Germania, nonostante ciò, dal 1991 pagò a rate obbligazioni per un valore di 239,4 milioni di marchi tedeschi, le uniche rimaste in piedi secondo i termini del trattato di Londra, e cominciò a stipulare accordi bilaterali nei confronti di alcuni Paesi – in particolare nei confronti di quelli che avevano fatto parte del blocco sovietico e che, di conseguenza, erano stati ignorati dagli accordi del 1953 – a titolo di rimborso e compensazione. La Grecia, in entrambi i casi, si oppose agli sconti ai tedeschi, pur rimanendo inascoltata dagli alleati in nome del perseguimento di un bene superiore: la riabilitazione della Germania e il suo protagonismo nella realizzazione del progetto europeo.

Sebbene, da un lato, la Grecia possa apparire al centro di uno dei più classici contrappassi danteschi, allo stesso tempo va detto che i tedeschi non sembrano avere una memoria particolarmente lunga e allenata. Il problema del debito greco e la sua soluzione fanno parte di quella che è stata la storia della Germania stessa. Possibile che a nessuno, dalle parti di Berlino, venga in mente di dare un’occhiata alle proprie spalle e cercare di arrivare a una soluzione più morbida e condivisa, invece che continuare a “essere d’accordo sull’essere in disaccordo” (cit. Schäuble oggi, durante la conferenza stampa con Varoufakis) con gli ellenici? Anche in questo caso ci sarebbe un risultato più grande all’orizzonte: la permanenza della Grecia nell’eurozona, e ancor di più nell’Unione, non è certamente cosa da poco.