La tragedia di Kenji Goto, il bravo e coraggioso giornalista giapponese apparentenente decapitato dall’Isis (il dubbio è doveroso date le voci discordanti su alcuni particolari e addirittura sull’intera vicenda, che secondo alcuni potrebbe essere addirittura una colossale “bufala”) impone di analizzare il comportamento del governo giapponese. Per cercare di capire come mai il Giappone – che in Medio Oriente storicamente ha tutto sommato le mani relativamente “pulite” e ha sempre mantenuto buone relazioni con Israele oltre a stabili forniture di petrolio con i paesi arabi – sia stato preso di mira. Improvvisamente.

Abbiamo tutti visto – pur nella sobrietà che contraddistingue il popolo giapponese in questi casi – le immagini di cittadini con cartelli estremamente chiari. “Je suis Kenji”. Ma soprattutto: “Non sono Abe”. La percezione che ci sia una buona dose di responsabilità, più o meno diretta, più o meno calcolata del governo, in questo epilogo tragico, violento ed efferato è molto forte e diffusa.

Ed è giusto che sia così, visto che i giapponesi, divenuti dal dopoguerra prima loro malgrado, poi sempre più convinti e sinceri pacifisti, per il loro recente passato sono forse gli unici a poter comprendere, culturalmente, i pazzi furiosi dell’Isis. Anche loro, durante la guerra, compivano, invasati ed ebbri di propaganda, atti terribili nel nome di dio (nella fattispecie, il loro Imperatore), anche loro hanno una lunga tradizione che glorifica il “martirio”: Allahu Akbar (“Allah è grande”) urlano i jihadisti, Tenno heika banzai (“Viva l’Imperatore”) urlavano i giapponesi quando infilzavano con le baionette i bambini cinesi, dopo averli lanciati in aria. O quando si lanciavano contro le navi nemiche, con i loro piccoli caccia.

Non per niente (anche se decisamente a sproposito) continuiamo ad usare, nei confronti dei jihadisti che si fanno saltare in aria, il termine kamikaze. Una forzatura che meriterebbe una lunga riflessione, ma che in questo caso aiuta e semplifica le cose: per carità anche i popoli occidentali, cristiani compresi, hanno in passato dato abbondanti e nefaste prove di fanatismo religioso sanguinario, ma la storia ci fa evolvere e diciamo che gli ultimi ad averlo fatto sono proprio i giapponesi.

Questo per quanto riguarda il popolo. Diverso è il discorso per i politici, il cui livello medio è, ahimè, tra i più bassi al mondo. Sia per grado di ignoranza, arroganza e corruzione, sia per obiettiva incapacità di trattare al di là di argomenti come la costruzione di un ponte o la concessione di una licenza. Quest’utima vicenda degli ostaggi l’ha dimostrato, ancora una volta, in modo spietato. Non è vero, innanzitutto, che il governo giapponese – che da sempre, direttamente o indirettamente, ha trattato con terroristi – non abbia trattato. L’ha fatto eccome. E fin dall’inizio, da quando, in novembre, arrivò la notizia. Solo che non sapeva da che parte cominciare, non aveva contatti, canali, mediatori fidati.

Tutto questo lo volevano e lo stavano per raccontare, già da dicembre, ben tre settimanali giapponesi, tra i quali lo Shukan Post. Che tuttavia vennero bloccati dal governo. “Ci dissero chiaramente che stavano trattando, seriamente, e che l’eventuale pubblicazione avrebbe messo a serio rischio la vita degli ostaggi – mi ha confermato un collega dello Shukan Post. I settimanali, che in genere dei “consigli” del governo se ne fregano (a differenza di quotidiani e tv) obbedirono.

Peccato che la stessa sensibilità non sia stata poi mantenuta dal premier Abe in persona, in occasione del suo infausto viaggio in Medio Oriente a metà gennaio. Il viaggio era stato programmato da tempo, ma dopo i fatti di Parigi stava per essere cancellato. Qualcuno aveva addirittura suggerito ad Abe di partecipare, invece, alla grande manifestazione francese, e sembra che Abe ci avesse fatto un pensierino. Ma non andandoci Obama, ha dovuto rinunciare. Confermando così il viaggio in Medio Oriente.

Prima Israele, poi il Cairo. Dove il 17 gennaio ha avuto la bella idea di annunciare – con gli ostaggi ancora nelle mani dell’Isis – lo stanziamento di 200 milioni di dollari ai paesi che combattono contro il Califfato. Per carità, aiuti umanitari, ha precisato. Ma da quel momento la situazione, per gli ostaggi, si è fatta, se possible, ancora più difficile. Superficialità? Dabbenaggine? O peggio, cinica strumentalizzazione?

Lo Shukan Post in edicola questa settimana opta per questa ultima ipotesi. Nella sua storia di copertina, sotto il titolo “Abe se la ride: che fortuna!” il settimanale spara a zero contro quella che viene definita la “marcia irresponsabile” verso la revisione costituzionale. La vicenda degli ostaggi – pur con tutti i suoi punti oscuri – sarebbe stata usata da Abe e dal suo governo per accelerare la modifica della Costituzione e rendere il Giappone finalmente un paese “normale”: con il diritto di intervenire militarmente laddove i suoi interessi vengano lesi o messi a rischio.

E’ il vecchio sogno della destra revanchista giapponese, di cui Shinzo Abe, nipote di Nobosuke Kishi, un criminale di guerra poi graziato e riabilitato dagli Usa fino a diventare, negli anni ’60, anche lui premier, è divenuto negli ultimi tempi il più solerte ed efficace rappresentante. Dal punto di vista numerico, è sicuramente in grado di forzare la mano. Sulla carta la sua maggioranza dispone dei voti sufficienti ad approvare la revisione, anche se sarà difficile assicurarsi la collaborazione del partito Komei, braccio politico dell’organizzazione laica buddista – e fortemente pacifista – Soka Gakkai.

Ma l’ostacolo maggiore – e questo decisamente ci deve tranquillizzare – sarà il referendum popolare, che la Costituzione impone per ratificare ogni tentativo di revisione. Non passerebbe. Il popolo giapponese ha già dato e non ha nessuna intenzione di imbarcarsi in nuove avventure militari. Forse la cosa migliore davvero è quella di arrivare a questa prova generale: che vada pure avanti, Abe, nella sua furia revisionista. Sarà il suo popolo, a fermarlo.