“Si lascia il cappello e la giacca, con una lettera in tasca, sul parapetto d’un ponte, su un fiume; e poi, invece di buttarsi giù, si va via tranquillamente: in America o altrove”. Potrebbe essersi ispirato proprio a queste righe Ettore Majorana, quel lontano 25 marzo del 1938, quando divenne un fantasma. Come il protagonista del “Fu Mattia Pascal” di Pirandello, autore molto amato dal fisico teorico catanese, che secondo la procura di Roma si sarebbe allontanato “volontariamente all’estero permanendo in Venezuela almeno nel periodo tra il ’55 e il ’59”. “Con la sua intelligenza, se avesse deciso di scomparire, o far sparire il suo cadavere – affermava Enrico Fermi, che di Majorana fu collega e maestro – ci sarebbe di certo riuscito”.

Animo inquieto. Personalità elusiva, complessa. Sfuggente come le particelle elementari del bizzarro mondo quantistico, i cui segreti ha contribuito, tra i primi, a decifrare. “Simbolo dell’uomo di scienza che rifiuta di immettersi in quella prospettiva di morte cui altri, con disinvoltura a dir poco, si erano avviati”, secondo l’interpretazione di Leonardo Sciascia, che nel suo saggio “La Scomparsa di Majorana” ipotizza per lo studioso catanese il ritiro volontario nella Certosa di Serra San Bruno, dopo aver previsto l’orrore nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Era forse tutto questo insieme, Ettore Majorana. In quel lontano 1938 è come se la sua vita si fosse moltiplicata in tante esistenze parallele, in cui ogni possibilità è contemplata, come affermano alcune affascinanti teorie sull’universo. Avrebbe potuto vincere il Nobel, invece è diventato celebre per la sua misteriosa scomparsa, che lo ha trasformato in una figura romantica, quasi letteraria. E, a un tempo, ha fatto passare quasi in secondo piano che Majorana fu, prima di tutto, un grandissimo uomo di scienza, le cui intuizioni sono ancora oggi oggetto di dibattito nella comunità scientifica e fonte d’ispirazione.

Enrico Fermi: “Con la sua intelligenza, se avesse deciso di scomparire, o far sparire il suo cadavere ci sarebbe di certo riuscito”

“Genio come Galileo e Newton”, lo definì Enrico Fermi, per il quale “Majorana aveva quel che nessun altro al mondo ha. Sfortunatamente, gli mancava ciò che è comune trovare negli altri uomini: il semplice buon senso”. Il premio Nobel ideatore della pila atomica, intorno al quale si costituì un gruppo di giovani e brillanti fisici passati alla storia come “I ragazzi di via Panisperna”, lo considerava uno dei più grandi fisici teorici del suo tempo, tanto da spingersi ad affermare che “se un problema è già posto, nessuno al mondo lo può risolvere meglio di Majorana”. Memorabili le loro sfide a colpi di formule e dimostrazioni matematiche.

Edoardo Amaldi, uno dei ragazzi dell’istituto di fisica romano, ha raccontato in una biografia su Majorana come avvenivano queste particolari dispute. Fermi riempiva intere lavagne di formule, mentre il fisico siciliano, con lo sguardo rivolto al muro, svolgeva le stesse operazioni a mente. Alla fine della sfida, i duellanti comunicavano i risultati, sempre identici tra lo stupore dei presenti. Majorana è, infatti, l’unico, all’interno del gruppo di studiosi romani, a riuscire a confrontarsi alla pari con Fermi. Lo dimostra un altro aneddoto, datato 1928. È l’anno del passaggio di Majorana da ingegneria a fisica. Prima di prendere questa decisione, il giovane talento catanese decide, però, di “fare un esame” al suo futuro maestro. Esegue, così, in una sola notte calcoli che a Fermi avevano richiesto una settimana di lavoro. Verificato che i risultati coincidono, decide di entrare nel gruppo di via Panisperna.

Amaldi racconta che lo scienziato svolgeva a mente le operazioni che impegnavano per una settimana Fermi

La grande abilità di calcolo matematico è, infatti, una delle caratteristiche del genio precoce di Majorana. Già a 4 anni, senza sapere ancora né leggere né scrivere, è in grado di eseguire a mente moltiplicazioni di numeri a tre cifre, nascondendosi sotto un tavolo per concentrarsi. E anche per timidezza. Un tratto caratteriale che, insieme al suo proverbiale spirito critico, che gli valse all’interno del gruppo romano il soprannome di “Grande Inquisitore”, lo rendono poco incline a pubblicare i risultati delle sue ricerche. Più di una volta è lo steso Fermi a dover intervenire, per spronarlo a dare alle stampe i suoi lavori scientifici. Ma il giovane Ettore si limita a elaborare le sue teorie, appuntandone i passaggi più complessi su pacchetti di sigarette. Che poi, puntualmente, getta via, dopo averne illustrato i risultati ai colleghi.

“La sua severità non è data da presunzione – afferma Erasmo Recami, fisico teorico all’Università di Bergamo e storico di Majorana, del quale ha ritrovato e catalogato scritti inediti e lettere -. È, piuttosto, la manifestazione di uno spirito insoddisfatto e tormentato. I lavori di Majorana sono per la fisica una miniera, sebbene abbia pubblicato appena nove studi scientifici. Le sue nove sinfonie – le definisce lo scienziato -. Non è interessato, infatti, alla fama o al prestigio accademico. È un aristocratico della scienza, che dà alle stampe solo lavori di livello eccelso, anticipando teorie che spesso considera incomplete, nonostante – aggiunge Recami – saranno poi pubblicate da premi Nobel.”. Teorie che spesso anticipano futuri sviluppi della ricerca. Come l’ipotesi che alcune particelle coincidano con le proprie antiparticelle, la loro controparte speculare. Majorana suggerisce che il neutrino, particella elusiva che, come il genio catanese, interagisce pochissimo con il mondo – ogni secondo a miliardi attraversano la punta di un dito -, possa avere queste caratteristiche. A quasi un secolo di distanza, i fisici stanno cercando verifiche sperimentali a questa ipotesi, ad esempio nelle viscere dei Laboratori del Gran Sasso dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn).

Recami: “Probabilmente, avverte tutto il peso del suo genio, e mal sopporta il ruolo centrale che gli viene attribuito dai colleghi. Per questo decide di mettere in scena la sua scomparsa”

Lo storico di Majorana manifesta alcune perplessità sulle conclusioni cui è giunta la procura capitolina, “io personalmente non credo alla identificazione con il signor Bini”, ma sposa l’idea dell’allontanamento volontario. “Qualche giorno prima di sparire – afferma lo scienziato – aveva ritirato gli stipendi arretrati di docente. E due mesi prima aveva chiesto al fratello di estinguere il suo conto in banca. Inoltre – sottolinea Recami – Majorana aveva con sé il passaporto, quando scomparve”. Recami non è convinto, inoltre, dell’ipotesi formulata da Sciascia di un Majorana antesignano dell’era atomica. “Nonostante fosse il più grande fisico teorico del suo tempo – sottolinea – Majorana non sarebbe stato capace, per così dire, di girare una vite. Collegarlo alla bomba atomica è come attribuire a Volta la responsabilità della realizzazione della sedia elettrica”. Le ragioni del suo agire vanno, pertanto, ricercate nella sfera più intima. “Majorana è come uno dei personaggi di Pirandello – spiega Recami -. Probabilmente, avverte tutto il peso del suo genio, e mal sopporta il ruolo centrale che gli viene attribuito dai colleghi. Per questo – conclude il fisico – decide di mettere in scena la sua scomparsa. Per sfuggire al proprio personaggio”.