Ultimamente mi sono trovata a riflettere su come vengono “maneggiate” le notizie e tutto lo “spettacolo” su cui, a volte, i media sembrano concentrare morbosamente la propria attenzione.

Euan-CoulthardTutto è partito da un evento spiacevole; nella notte tra il 15 e il 16 di gennaio, uno studente 19enne, che frequentava il secondo anno di legge presso la mia stessa università (Durham University) è scomparso dopo una serata fuori con gli amici e dalle 11.50 di quella notte non è più stato ritracciabile. Nei giorni seguenti, gruppi di studenti (suoi amici, conoscenti, o compagni di corso) hanno iniziato a cercarlo nel bosco che ricopre le sponde del fiume Wear che circonda in un abbraccio letale il cuore della città di Durham, nel Nord-Est dell’Inghilterra. Queste ricerche, purtroppo non hanno dato alcun risultato. Venerdì scorso, tuttavia, un sommozzatore dilettante, esercitandosi nel fiume ha rinvenuto un corpo che la polizia ritiene essere quello del giovane scomparso, Euan Coulthard, originario del Leicestershire.

Certamente questa notizia aveva tutte le carte in regola per divenire un tormentone mediatico in cui potevano venire mostrate interviste a genitori angosciati e disperati (situazione in cui indubbiamente si trovavano) o ad amici che decantavano i suoi meriti (cosa che è accaduta, ma solo in forma scritta), oppure ancora interviste a potenziali testimoni che affermavano di aver visto il povero ragazzo pochi istanti prima della scomparsa oppure dopo la scomparsa, tranquillizzando tutti dichiarando che si era solo preso una vacanza.

Non ho visto lacrime, non ho udito urla. Ho sentito la speranza di ritrovarlo sano e salvo, riportarlo alla sua vita universitaria e reintrodurlo in un ambiente in cui era da molti apprezzato. Lunedì 26 gennaio è arrivata la triste conferma che quelle speranze erano una pura illusione, il corpo ritrovato nei pressi di Framwellgate Bridge appartiene al giovane Eaun.

Ho ammirato la capacità dei media di mantenere la “giusta distanza”, di trattare con tatto una questione delicata; ho ammirato la volontà di riportare i fatti per informare e non per saziare una cieca curiosità; ho ammirato gli studenti che hanno deciso di affrontare il freddo di metà gennaio e passare tutta la giornata alla ricerca di un amico insieme alle forze dell’ordine; ho ammirato la riservatezza dei genitori che non hanno dato in pasto alla nazione il loro dolore. Dopotutto era un ragazzo normale, come tutti noi studenti di questa università e come di qualsiasi altra università, che ha avuto la sfortuna di scivolare nel fiume, in una buia notte inclemente di questo gennaio. Un fiume che, non per la prima volta, ha strappato la vita di un ragazzo con la forza della sua implacabile corrente.

Ho realizzato che alcuni media italiani hanno ancora tanto da imparare.

di Giulia Tomasi, studentessa italiana che per coltivare la sua grande passione per la lingua e la letteratura inglese ha lasciato casa alle spalle. Ora frequenta un MA in Letteratura Inglese a Durham e nel tempo libero scrive per “Il Fatto Bresciano”