Perquisizioni domiciliari da parte della Digos e della Squadra mobile di Cremona, insieme ai colleghi di Crema, Milano e Reggio Emilia – nei confronti di esponenti del centro sociale Dordoni e a carico di militanti di CasaPound, nell’ambito del fascicolo aperto dalla procura dopo i fatti del 18 gennaio, quando in città, vicino allo stadio, al termine della gara Cremonese-Mantova (ma il calcio non c’entra davvero nulla), si scatenò una violenta rissa tra antagonisti ed esponenti di estrema destra che portarono al ferimento di Emilio Visigalli, uno dei fondatori del centro sociale, il quale riportò gravi lesioni alla testa e al torace. Finì in coma, dal quale ne è uscito qualche giorno fa. Le sue condizioni migliorano, seppur molto lentamente. Tra i perquisiti, dieci esponenti di CasaPound e cinque del Dordoni, residenti per la maggior parte a Cremona e in provincia (gli altri sono residenti in province limitrofe). Il Dordoni non è stato perquisito, ma sono state ‘controllate’ solo abitazioni private.

Tentato omicidio e rissa aggravata. Queste le ipotesi di reato nel fascicolo aperto dagli inquirenti. Le indagini, affidate alla polizia, hanno portato ad identificare diverse persone, tra testimoni e partecipanti diretti agli scontri, presenti sul luogo del ferimento. Tutti i soggetti sono già stati denunciati a piede libero per rissa aggravata. Il fascicolo per tentato omicidio è stato aperto contro ignoti.

Contestualmente alle perquisizioni, si è proceduto al sequestro di materiale informatico, cellulari, ma anche di caschi, mazze, spranghe utilizzati durante i tafferugli. Sono emersi, sostengono le forse di polizia, “pesanti elementi di responsabilità per i cruenti fatti” di quella sera.

Nei giorni scorsi anche il Kavarna, l’altro centro sociale cittadino, che fino ad ora era rimasto ai margini delle polemiche, ha preso pubblicamente, attraverso i social network, una posizione chiara rispetto al corteo antifascista del 24 gennaio, indetto dopo il ferimento di Visigalli, che è sfociato nei disordini orchestrati dai black bloc: “Ad un dispositivo di sicurezza da guerra creato dalla polizia, con il solo obiettivo di difendere la sede di CasaPound, rendendo ancora più visibile il legame indissolubile fra fascisti e polizia, il corteo ha risposto con uno dei tanti modi per comunicare: la rivolta”. Ed è “aberrante il tentativo di egemonizzare la lotta antifascista presentando il pacifismo come l’unica pratica corretta”.

Sempre sul corteo (il bilancio: vetrine di negozi e banche sfasciate, assalto alla caserma della polizia locale) si terrà lunedì un consiglio comunale ad hoc. Che non manca già di scatenare polemiche, soprattutto da parte delle opposizioni, per la decisione dell’Ufficio di presidenza di tenerlo a porte chiuse. Il sindaco Gianluca Galimberti probabilmente confermerà, almeno queste le intenzioni manifestate sin dall’indomani degli scontri, di non rinnovare le convenzioni, peraltro già scadute, con i due centri sociali.

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